Camilla Bisi.

Essere donna.

1934. M.U. Masini - Tipografia G.B. Marsano, Genova.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice.
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IL MIO PECCATO.
AMERICAN BEAUTY.
LA LETTERA COL MARGINE D'ORO.
UN PICCOLO UOMO.
LUCE.
PASQUA DI RISURREZIONE.
ESSERE DONNA.
IL VELIERO IMPRIGIONATO.
LE CALZE DI ORGANZINO.
LA GELOSIA.
UN MAZZO DI CHIAVI.
LA NINFA FUGGENTE.
L'OSPITE.
SETTE ROSE.
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Fine Indice.
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IL MIO PECCATO.
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Qualcuno vorr forse assolvermi in anticipo pensando ch'io avevo allora quindici anni.
Ma nessuno meglio di me sa come quella mia et adolescente fosse avvertita e scaltra: avvertita e scaltra soprattutto per ogni cosa d'amore.
Perch non c'era flirt in cui io non mettessi il naso nel momento pi inopportuno, perch non c'era il pi lieve intrigo che mi sfuggisse, mi avevano appunto denominata, nel piccolo mondo balneario di Paraggi, il furetto.
Mi piaceva, s, precisamente, furettare col mio musino aguzzo, coi miei verdi occhi fosforescenti, e sapevo al punto giusto balzare fra le coppie, afferrando con intuito maligno che era quello il momento buono per fare il terzo incomodo. Avevo un'arte speciale per non muovermi dalla panchina, sul campo di tennis, quando capivo che le due serie persone che fino allora avevano parlato del bel tempo, volevano dirsi qualcosa di molto diverso o giocare una tranquilla partita, con languidi rimandi e lunghe soste alla rete.
Ero meravigliosa di pazienza e di abilit e credo che mi detestassero.
Nessuno per poteva credere ch'io lo facessi proprio per una perversa gioia di far male e che nell'et in cui le fanciulle sognano ed hanno un diario cui affidano i primi aneliti verso l'amore, io mi divertissi invece, per una strana inversione, a rompere questi sogni, a distruggere queste trame che la divina pace di Paraggi, che l'incantevole mare di Portofino annodavano fra giovane cuore e giovane cuore.
Pensavano ch'io fossi una backfisch troppo stupida per capire certe cose: eppure i miei occhi lucenti senza gaiezza, la mia stretta faccia dal mento allungato, la bocca sottile coi denti scintillanti, dovevano, ora penso, essere rivelatori del mio vero carattere a osservatori meno superficiali.
L'unico ch'io rispettassi e ch'io lasciassi vagabondare indisturbato di flirt in flirt era Bacci.
Lo chiamavano tutti per nome e il suo bel volto di ragazzone sano, i suoi salti dal parapetto della strada in mare, le sue prodezze di nuotatore erano la nota dominante di ogni stagione. A Genova, a Milano, dappertutto ove era una ragazza che avesse passata l'estate a Portofino, si parlava molto di Bacci.
E vedete se i miei sedici anni non erano avvertiti: io sentivo che l'unico che non mettesse nessuna seriet nei suoi flirts era proprio Bacci, Bacci che ne aveva uno per ogni villa e per ogni camera d'albergo dove ci fosse una signorina, che spariva verso Santa Margherita con una e tornava da Portofino con un'altra, che insegnava a nuotare a tutte le nuove venute e doveva certo avere un libriccino, come quelli che usavano una volta per i balli, per segnare le partite di tennis impegnate.
Solo a lui permettevo di passare lunghe ore con la pi piccola delle Martelli, ma se la piccola Martelli la sera si incamminava per lo stradale, con un altro, eccomi dietro lei a balzi, in cerca di lucciole e di parole tenere.
Io non sapevo se Bacci si fosse mai accorto che solo con lui io allentavo la mia sorveglianza.
Non badava a me pi di quel che badasse ai bambini che razzolavano sulla spiaggia: una carezza sulla nuca, una tirata alla treccia ch'io portavo allora fitta e sferzante come un lungo scudiscio, erano tutte le attenzioni di cui mi degnava. Poi ecco si allontanava con quel suo lungo passo da marinaio e le signorine lo chiamavano: Bacci! e si attaccavano al suo braccio.
Ma io non li seguivo perch sapevo che questo non aveva importanza.
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Come una vedetta all'erta, fui io la sola a scoprire che Bacci si innamorava.
Fu, dapprima, un girovagare ozioso nelle ore in cui l'albergo sonnecchiava, con le persiane tutte chiuse, contro il mare accecante di luce, nel pieno meriggio. Dietro le persiane della mia camera io vegliavo ed ecco Bacci arrivava svogliatamente dalla strada, vestito di bianco, a capo basso, con le mani in tasca e la pipa spenta in bocca.
Poi scendeva sulla spiaggia, si sedeva sulla prua di un sandolino, fumava a lungo guardando il mare. Oppure si stendeva supino e non lo vedevo pi muovere fino a quando la dolce voce si alzava. Allora si voltava di scatto, si stendeva prono coi gomiti appoggiati alle pietre, il viso levato, gli occhi largamente aperti.
Ah! non poterlo interrompere quel colloquio fra gli occhi e la voce. Non poter balzare fra di loro col mio lungo bruno viso scintillante di malizia, coi miei occhi fosforescenti per l'agguato, non poter rompere con le mie mani, che tormentavano le stecche della persiana, la trama che solo i miei occhi avevano visto annodarsi da cuore a cuore.
Quando ella era scesa la prima volta alla spiaggia, bionda, carnosa, molle, con quel suo vestito tutto balze come un grande fiore, nessuno aveva visto gli occhi di Bacci. Io s, e l'istinto da preda mi aveva avvertita.
Ma nessuno le aveva parlato, nessuno si era avvicinato. Li avevano lasciati soli, quasi in un cerchio di isolamento, lei e il marito infermo, molto pi vecchio di lei, steso su una poltrona sotto molti scialli. Erano russi.
La voce che cantava in una lingua sconosciuta e dolcissima era molle bionda carnosa come la donna ed io odiavo quelle parole che scendevano dalla finestra alla spiaggia, odiavo quel caldo richiamo, quel voluttuoso colloquio che la mia adolescente malizia non poteva disturbare.
Ma perch, anche quando mi accorsi che Bacci "le aveva parlato", io tacqui? Pure mi era facile con un accenno, con una battuta improvvisa rompere l'inizio di quella passione. Non parlai forse perch una oscura superstizione mi avvertiva di non dar corpo alle ombre.
Io avevo fino allora lasciato Bacci libero di vagabondare sotto le stelle a braccio di una bella ragazza perch la cosa non aveva importanza e perch il mio gioco di fare il terzo incomodo, solo con lui avrebbe perso il suo acre e perverso sapore. Non volevo ammettere che Bacci potesse seriamente amare. Non volevo credere a quell'amore. Forse ero, semplicemente, gelosa.
Certo tacqui a tutti quello che avevo scoperto la sera in cui Bacci, dopo il ballo, si era fermato all'albergo, per il temporale giunto improvviso a togliere la luce e a mandar gi dalla montagna torrenti di acqua e di ciottoli.
Al buio essi si erano cercati, si erano baciati e scalza io avevo ascoltato le loro voci rauche.
Non avevo voluto balzare irridendo fra di loro perch il buio mi faceva paura. Ma pi mi aveva fatto paura, una paura tremenda di bambina, quel vero colloquio di amore - il primo - al quale avevo, non vista, assistito.
Ed io seppi di quale amore Bacci l'amava il giorno in cui egli la volle con s sul mare.
Le belle ragazze che Bacci corteggiava una sola cosa non erano mai riuscite a ottenere da lui: ch'egli le conducesse al largo col cutter. Egli non poteva ammettere una donna dove voleva sentirsi padrone dell'acqua e del vento. Partiva solo e quando tornava gli rimaneva a lungo negli occhi quel colore di lontananza che hanno gli occhi dei marinai.
Essi avevano la precauzione di non partire insieme n dalla spiaggia n da Portofino: spesso io la vedevo allontanarsi in carrozzella per Santa Margherita, forse per Rapallo, sempre in quei suoi vestiti che la rassomigliavano a un grande fiore. Lungo la costa il cutter di Bacci bordeggiava. Poi si allontanava nel sole.
Dalla spiaggia, io che sola sapevo, sorvegliavo quella vela lontana e se chiudevo gli occhi credevo riudire le due voci roche che al buio mi avevano fatto soffrire. Un odio profondo scavava lentamente dentro di me con artigli che laceravano. Perch veramente andandosene cos, lontani, sotto il sole, essi mi defraudavano della gioia che era stata fino allora mia: di poter balzare fra due bocche vicine che si cercavano.
Quand'egli tornava da laggi mi pareva che nello sguardo di Bacci ci fosse quasi una luce di scherno per me, un raggio appena filtrato attraverso le ciglia. Quegli occhi non avevano pi il colore di lontananza: essi erano cos nuovi che la mia anima turbata non li riconosceva pi.
...
Io dovevo tornare a Genova, in settembre, per prepararmi agli esami di riparazione. Ero stata bocciata in matematica ma a Paraggi quasi lo avevo dimenticato.
Lo ricordai il giorno in cui mamm mi disse "Preparati per andare a Genova. Ti abbiamo trovato un ripetitore".
Ogni protesta fu inutile, ma quando seppi che anche "i russi" partivano fui quasi consolata e quando ne ebbi la certezza, udendo nella camera accanto alla mia un singhiozzare basso e soffocato, la mia soddisfazione esplose con gran colpi alla valigia, con fischi pazzi e giravolte da furetto.
E Bacci lo sapeva! Era sempre il Bacci della spiaggia, il Bacci dalla voce sonora, ma in fondo ai suoi occhi io vedevo che lacrime e lacrime si andavano adunando a poco a poco, come i nembi si adunano sul mare prima che soffi il libeccio. Tremenda e devastatrice sarebbe stata la tempesta in quel cuore di uomo giovane che ama la prima volta.
Il giorno della partenza i russi erano nel mio treno. Li avevo visti salire in un vagone di prima classe ed ero imbronciata perch ancora una volta Bacci mi aveva defraudata: non avevo assistito al loro addio.
Come si erano salutati? Forse la sera, in faccia a tutti, con un compassato inchino l'uomo, con un piccolo cenno del capo la donna.
Ma non potei quasi credere ai miei occhi quando alla stazione di Camogli vidi Bacci salire in uno scompartimento di seconda e affacciarsi poi allo sportello con fare sospettoso. Mi ritrassi in tempo perch'egli non mi vedesse.
Credo che i miei occhi mai fossero stati lucenti come in quel momento. Una gioia intensa mi inond, la certezza della vendetta vicina. Veramente credetti in quel punto di avere quasi quelle due vite in pugno.
Uscii nel corridoio e mentre imboccavo quello dove era lo scompartimento di Bacci, vidi venirmi incontro dalla parte opposta la russa. Era stretta in un tailleur nero, con una trina intorno al volto pallidissimo.
Ancora una volta mi nascosi, perch essi potessero credersi soli. C'era in ogni mio atto, senza ch'io lo volessi, la raffinatezza concentrata e guardinga degli animali che fiutano la preda.
Ecco, dovevano essersi stretta la mano. Se erano soli forse egli l'aveva baciata.
Preparai il mio stupido attonito viso di backfisch che nulla comprende, che accumula gaffes ed esaspera gli altri senza perdere la sicurezza idiota e sorridente; quel viso che avevo studiato davanti allo specchio ed esperimentato tante volte. Non il malizioso sorriso che disarma e trascina nel riso la coppia sorpresa e turbata, ma una maschera composta e fredda come una lastra di vetro.
Entrai con la mia valigetta penzoloni, la treccia svolazzante, il berretto di traverso. Finsi di non vedere le mani allacciate che si allontanavano, approfittai di una scossa del treno per sedermi fra il giovane e la donna. - "Oh Bacci, che bella idea di venire a Genova oggi!" - lo assordai di domande, lo tempestai di notizie, tirai fuori quaderni e libri, gli chiesi consigli, lo stordii con un diluvio di parole... Lei era come non esistesse per me. Era una signora, una straniera, una russa. Bacci era quasi un amico di infanzia.
Ma io vedevo il dolcissimo volto impallidire pi e pi nello spasimo trattenuto. Passavano i minuti, passavano le stazioni. Essa partiva, non sarebbe tornata mai pi; mai pi avrebbe rivisto il dolce fanciullo, mai pi la bellissima bocca ventenne avrebbe cercato la sua.
Io sapevo, sentivo tutto questo e la tortura della donna e la rabbia concentrata dell'uomo mi divertivano esaltandomi.
Sapevo che Bacci mi avrebbe volentieri schiaffeggiata, che un desiderio violento di scaraventarmi fuori dello scompartimento faceva tremare le sue mani, che insolenze e male parole urgevano alla bocca facendogliela tremare. Serrava forte le mascelle nello sforzo di trattenerle.
Passava la riviera, dolci ulivi, ville, casette rosa. Ella non le avrebbe riviste mai pi. E gli occhi imploravano nel viso sempre pi bianco: "Bambina, vattene. Bambina, lasciami sola con lui. Bimba, bimba che mi fai soffrire, lo amo tanto e devo lasciarlo. Lasciaci soli un poco. Oh per la gioia che ho avuto, che la dolce terra d'Italia mi ha dato, ancora un sorso per la mia sete..."
Sori, Sant'Ilario...
Ella doveva tornare al suo vagone: troppo a lungo era rimasta assente, e la sua resistenza era finita. Tent parlare, lev i guanti e le mani apparvero, nude mani bellissime e pallide come il suo viso.
Vidi negli occhi di Bacci quel nembo di lacrime adunato poco a poco farsi pi scuro, pi denso, quasi vicino all'orlo delle palpebre. Forse ella avrebbe baciato quelle lacrime cos vicine a sgorgare se fossero stati soli... Io li guardavo, col mio sorriso di ragazza che non capisce ancora.
Ed io vidi le labbra dell'uomo e della donna gonfiarsi del bacio non dato, poi ella trov un sorriso coraggioso, os una carezza lieve sulla spalla.
Non ebbi nemmeno il pudore, l'ultima bont di volgere gli occhi. Allora ella ebbe un sorriso di piet materna che mi diede un brivido: "Addio - disse - addio, cattiva bambina".
...
Bacci non mi ha mai perdonata.
E nemmeno io ho perdonato a me stessa. So di avere, nel mio gioco perverso di allora, irriso a una sofferenza d'amore, la prima ch'io vedevo. Amore colpevole, sia pure, ma coraggioso di fronte al distacco, forte di fronte alla separazione, forse purificato da quella lontananza senza scampo.
Bacci forse non ha mai pensato ch'io sapessi tutto, non mi ha mai creduta completamente cattiva, ma non ha dimenticato.
Egli  oggi un uomo che ha moglie e bambini e una bella casa. Ma gli occhi hanno sempre quel colore di lontananza che avevano quasi perduto. Eppure non  pi ritornato sul mare.

AMERICAN BEAUTY.
Quando Lady Harper ricevette la lettera della sua amica d'America, ella pens subito alla famiglia Pozzi, che abitava a Sanremo, in una villetta al di l del passaggio a livello, sulla strada verso Taggia.
Ella aveva conosciuto Harriet Morrison nella sua lontana giovinezza: nel collegio pi aristocratico di Zurigo le due fanciulle avevano passato insieme qualche anno felice e, bench diverse, il loro affetto era durato tutta la vita. Perci Harriet Morrison aveva pensato a Lady Harper, che conosceva bene l'Italia, quando sua figlia Rosemary aveva deciso di studiare pittura.
Avrebbe potuto andare a Parigi dove ci sono degli studi grandiosi, ma Rosemary aveva detto: "Voglio andare in Italia" e le volont di Rosemary non si discutevano.
"I cari signori Pozzi" pensava Lady Harper, abbandonando in grembo la lettera che le era giunta da Philadelphia "saranno felici di accogliere questa figlia della mia amica. Essi sono cos buoni e sono tanto artisti. Rosemary sar felice di vivere con loro qualche mese. Non  vero Guendalina?"
Lady Guendalina, la figlia nubile di Lady Harper, aveva anch'ella studiato col pittore Pozzi durante un suo soggiorno a Sanremo. I frutti di quello studio erano visibili nella sua camera, sulle pareti di quercia scura, in molti acquarelli: agavi, tramonti, l'osteria del dottor Antonio, Sant'Ampelio. Il repertorio era al completo.
Lady Guendalina sospir, se una lady pu sospirare, rammentando la dolce Italia e gli amici lontani: nell'angolo dei ritratti c'era anche il loro, con quei visi, quegli occhi, quei sorrisi che brillavano come un raggio di sole fra i ritratti di "babies" biondi - i tanti nipoti di Lady Harper - e le fotografie delle figlie. C'era anche quella di Guendalina: con un cappello alla Gainsborough ed un mazzo di gigli in mano. Il ritratto che ogni giovane lady si faceva una volta, quando compiva vent'anni.
...
Cos Rosemary Morrison arriv alla villa di Sanremo.
Veniva direttamente da Parigi dove si era fermata poche ore ed aveva speso dodicimila lire in cappelli e vestiti ("Oh, madame Pozzi, je n'ai plus d'argent de poche!") e il suo arrivo fu cos sensazionale che le bambine non ne dormirono per tutta la notte.
Lady Harper aveva creduto prudente avvertire la signora Pozzi: "I Morrison" aveva scritto "sono una delle prime famiglie di Philadelphia, imparentati coi Gould e coi Sartoris. Essi sono molto ricchi e la giovane Rosemary, che io raccomando alle vostre cure, potr forse apparire un poco eccentrica per i vostri gusti italiani. Se essa assomiglia alla madre, come credo, io sono per sicura che essa sar per voi una piacevole compagnia ed una intelligente allieva per il Maestro. Essa  anche molto bella, cos come ho visto dalla sua fotografia: una vera rosa americana, quella che essi chiamano una American Beauty. Rimarr con voi qualche mese e voi sarete per lei una buona madre come lo siete stata per la mia Guendalina".
Lady Guendalina! Con quei suoi fantastici cappelli di tulle chiaro (verde pisello, lilla, grigio-fumo) era stata una devota allieva del pittore Pozzi e una squisita "ospite pagante" della famiglia, ma i ragazzi l'avevano poco presa in giro?
Questa che era scesa balzando dalla vettura non aveva nulla della evanescente Lady Guendalina: nella semiluce del giardino gli occhioni grigi avevano scintillato e due carezzevoli manine si erano strette al collo della signora. Un francese squisito, col pi transatlantico accento, aveva accompagnato il gesto.
Poi mentre le bambine, col grembiulino fresco e inamidato, si inchinavano, ella ebbe un sorriso giocondo: "Oh che belle bambine italiane!" e aveva voluto baciare anche loro, sulle guancie che sapevano ancora di sale.
Ma i due maschi, i ragazzi, non li aveva baciati. Aveva stretto loro seriamente la mano e mentre il secondo le aveva risposto vigorosamente, come si addice ad un robusto quattordicenne che vive le avventure dei suoi libri, il maggiore, alto, sottile, bruno, ricciuto, quasi os appena sfiorarla.
"Oh! Antinos" e gli spalanc in faccia i suoi occhioni di gatta.
La madre rise: "Gigi"disse " il mio Gigi", e l'americana assent "Ghighi, Ghighi! A very splendid boy".
Le bambine si innamorarono di lei, il pap si innamor di lei, le persone di servizio si innamorarono di lei. Ella era cos divertente nelle sue espressioni di tenerezza, il suo riso gutturale era cos giovane, la sua eleganza cos squisita, che era impossibile non ammirarla e non volerle bene.
S, una vera rosa americana, una vera American Beauty dai petali di un colore delicato e pur acceso.
Ella era carezzevole come una bambina, allegra come una sposa, fastosa come una mondana.
La stessa signora Pozzi, che era austera, severa e sempre un poco triste, come tante mamme italiane, dimenticava accanto a lei i crucci di una vita non sempre facile, come  la vita degli artisti.
Dal canto suo Rosemary ammirava e amava - in un suo modo un poco felino - quella famiglia di vecchio ceppo che aveva salvato attraverso penosissime traversie la sua argenteria annerita, e i suoi quadri di famiglia, i suoi tappeti persiani e i suoi libri. Tutto nella casa era un poco sciupato: c'erano molte seggiole che zoppicavano e nella bellissima camera che le avevano dato, luminosa per le ampie finestre aperte sul mare, mancavano i "comforts" delle case d'America e dei grandi alberghi per i quali era passata.
Ma bench ella fosse fondamentalmente ignorante - o appunto perch lo era - ella apprezzava quell'aria di rispettabilit che emanava da ogni arredo e aveva finito quasi per affezionarsi a quelle vecchie cose che nessuna pensione di "paying guest" poteva pagare.
"Voi siete cos italiani" ella diceva talvolta, carezzando con la sua, accuratissima, la mano della signora.
Era una mano un poco vizza, un poco sciupata dalla penna e dalla cucina (non sempre la cuoca era all'altezza della situazione e la signora doveva allora interrompere un articolo - era giornalista - per correre ad aiutarla), ma era ancor nobile di forma e ancor degna dell'antico anello che l'adornava.
"Italiano" "Italiana": era il suo modo di amare e di comprendere il paese che l'ospitava, quello di affibbiare ad ogni cosa che la colpisse la qualifica di "italiano". "Occhi italiani" erano gli occhi bellissimi della signora e "frutto italiano" i mandarini di cui era ghiottissima; "italiani" erano i pomodori farciti e "triste come un vecchio italiano" era il cane, che anche lui si era messo ad adorarla. Ma Mina, la gatta, ribattezzata Pussy, era pazza, lei, foolisch, pazza come un'italiana.
Antinos solo, se pur si era messo ad adorarla come tutti, non se ne faceva accorgere. Adolescente schivo e aristocratico come la madre, alla quale assomigliava nell'esile persona e negli occhi mirabili, aveva anzi assunto, di fronte alla universale adorazione, un contegno di apparente indifferenza che aveva prima sorpreso, poi indispettito, poi attizzato Rosemary.
Ella era, vicino a lui, donna per l'et maggiore (ventitr anni contro diciotto): per la vita, che ella forse gi conosceva; per l'amore, che certo l'aveva gi sfiorata. Se il volto, dove si allargavano gli occhi grigi raggiati di striature brune come quelli delle bambole e dei gatti, era ancor quello di una fanciulla, il corpo ardito e forte era quello di una giovane donna.
Un ragazzo, uno splendido ragazzo. Che entro quel corpo adolescente ci fosse un cuore, Rosemary Morrison non lo pensava nemmeno. Anche ammettendolo, la cosa non aveva importanza.
Quello che importava era che nessuno sfuggisse al suo gioco: quel piccolo italiano che forse si sentiva troppo signore per piegare al fascino di una bella ragazza yankee, bisognava vincerlo e piegarlo. Bisognava farsi amare da lui.
Il gioco fu lungo, perverso e delizioso insieme. Pericoloso anche. Non era facile, in una onesta casa italiana, giocare il gioco che le Case di New York e di Philadelphia conoscono: non c'erano comode biblioteche, complici salotti da fumo, passeggiate a due o vacanze sotto la tenda. Poich i bagni erano finiti, tutto il giorno il ragazzo era ai suoi studi e tornava a casa tardi, sempre accompagnato da qualche amico col quale studiava fino all'ora di cena.
Tornando dai ths coi suoi compatrioti americani, Rosemary talvolta lo incontrava, ed ella lo salutava allora col suo sorriso smagliante che lasciava rincitrulliti i compagni di Gigi. Egli alzava appena l'ala del cappello e mentre i suoi amici parlavano per un pezzo dell'"americana", camminando per corso Cavallotti, egli proseguiva in silenzio, col capo alzato, con la sottile persona eretta quasi in un gesto di istintiva difesa.
Mai come in quel momento egli assomigliava a sua madre e forse mai come in quel momento l'invincibile orgoglio della buona razza lievitava nell'anima, turbata da un pericolo ancora ignoto.
Gioco pericoloso, ma come dolce insieme. Era donna e seppe attendere, per settimane intere, quando gi l'urgeva una impazienza in cui era forse anche un poco d'amore.
Un fanciullo, un fanciullo da disarmare, da travolgere, da illudere. Da illudere soprattutto.
Poich non era un ragazzo vizioso e, per donarsi, egli aveva voluto una certezza d'amore. Sua madre gli aveva insegnato che un uomo onesto ama una sola volta e per sempre: egli chiese alla donna che gli si donava la stessa promessa e credette quando ella la diede.
Quand'egli la raggiungeva nella camera aperta sulla notte e sul mare e sbiancato le chiedeva: "Vuoi che parliamo a mia madre?  tanto buona, non dir di no. Tu sarai mia moglie" ella diceva di s, bellissima, tutta rosea nei disciolti capelli. Forse non capiva nemmeno quello che egli diceva, con quella voce "cos italiana": era una musica anche quella, come quella del mare che batteva contro il terrazzo di marmo, l sotto.
Notti d'autunno il mare alzava pi alta la sua voce: essi la udivano salire fino alle loro finestre e talora trasalivano, stringendosi pi vicini.
"Vedrai, il mare qualche volta entrer qua dentro" ella diceva, ma Gigi la stringeva pi forte: "Ti salver. Non sono il tuo uomo?" ed ella gli passava la mano fra i riccioli: "S, sei il mio piccolo Ghighi".
Poi, quand'ella s'accorse un giorno che quel "piccolo uomo" poteva diventare un grande pericolo, quand'ella ricord che vi era un fidanzato in America che aspettava il suo ritorno per fare di lei la signora Astory, quando le prime gelosie le rivelarono che Antinos metteva gli artigli, quando le sue toilettes le parvero vecchie e sent il bisogno di rinnovarle a Parigi, quando le seggiole zoppicanti le sembrarono incomode e l'adorazione universale monotona, quando i grandi occhi della signora si fissarono inquieti su Gigi, smagrito e cattivo, pens che era tempo di preparare i bauli.
Vennero su dalla cantina: scesero dal solaio. Erano tanti: Gigi si ricordava di aver riso, con le sorelline, per quella catasta enorme.
Egli li vide allinearsi ad uno ad uno nel corridoio della villa, e Rosemary rimaneva per delle ore in camera, insieme con la cameriera: le bambine andavano e venivano allegrissime, fiere di aiutare, con mucchi di vestiti e di veli.
La sera, la porta rimaneva chiusa. "Oh, dear, sono cos stanca. Domani sera, Ghighi" e le iridi si allargavano in faccia a lui, candide e false, come quelle dei gatti e delle bambole.
"Io torner, sai" gli aveva detto per giustificare i preparativi. "Ma devo andare a Parigi per i miei vestiti. Non ho proprio pi nulla da mettermi".
E nella sua fede di fanciullo, stolta ma incrollabile, egli le aveva creduto.
Poich sapeva che tornava non pianse nemmeno quando, l'ultima notte, ella gli disse le ultime menzogne. Forse un poco pi pallido del solito, la salut gentile e corretto, come sua madre gli aveva insegnato, accompagnandola al treno insieme col fratello.
Ella era solo un poco malinconica: nessun spiacevole incidente aveva guastato il suo soggiorno a Sanremo; tutti erano stati cos gentili con lei. Ma ora proprio aveva bisogno di Parigi. Al treno strinse loro la mano con i suoi modi di ragazzo scherzoso: "Good by, Good by, dears!" e mentre il treno si allontanava: "Addio, addio, piccolo Ghighi!"
Ma al ritorno a casa, fulminea, la certezza lo schiant.
Era nella voce di sua madre che raccontava: "Ma sapete che cosa mi ha detto all'ultimo momento? Che va a Parigi per prepararsi il corredo. Ha un fidanzato in America che vuole sposarla prestissimo".
Non fin di ascoltare. Gettato sul letto di quella camera che era stata la loro, il pianto lo sommerse come quel mare che ella diceva di udir battere, nelle notti di autunno, alle loro finestre.
Le bambine curiose l'avevano seguito. Ascoltarono un poco, in punta di piedi, spingendosi l'una con l'altra, ridendo per gli urti e per la novit della cosa. Innocentemente crudeli.
Poi si ud nella casa la risata della piccola: "Venite a vedere! Gigi piange!"
La madre accorse. Fece le scale di furia, scost le bambine senza vederle, aperse l'uscio. Il pianto giungeva alto.
"Gigi!"
Per la prima volta i tragici occhi vedevano il perch di tanto pallore, di tanto silenzio, di tanta malinconia.
Come la belva soccorre il suo nato, fu accanto a lui con un balzo e con un grido, lo chiuse nelle sue braccia.
Fuori dell'uscio le bambine, senza comprendere, si sentirono escluse.


LA LETTERA COL MARGINE D'ORO.
Tornava anch'ella, come gli altri, con le mani cariche di vischio e di piccoli involti multicolori. Come sua sorella Margherita, la quale aveva due bimbi ed un marito innamoratissimo, come suo fratello che pensava alla fidanzata, scegliendo un gingillo nella vetrina di Janetti, come suo padre che aveva voluto provveder lui, secondo una tradizione rigidamente osservata, al panettone e alle frutta candite.
Anch'ella carica di vischio e di involti, nella nebbia sottile che scendeva velando uomini e cose, smorzando luci e suoni in un'attesa quasi mistica. L'attesa del Natale.
Ma il cuore era l, nella cucina di balia, vicino al lettino di legno scuro, patinato e lucido, della sua creatura. Aveva consegnato in giornata al corriere il paltoncino caldo di mollettone bianco, le piccole ghette che avrebbero fasciato le gambucce grasse, il berrettino col fiocco rosso, i guanti minuscoli in cui le mani ancor pi minuscole non sarebbero pi gelate. Il suo orgoglio, il suo dolore vivente, suo figlio!
Non aveva potuto andare da lui. L'amica Marisa, la quale sapeva, e che tante volte l'aveva aiutata nella menzogna necessaria (una gita alla sua villa sul lago) era in Riviera da qualche settimana. Le aveva mandato frettolose parole di conforto, promettendole un sollecito ritorno, una bella visitona al loro "figliolo". Perch Marisa, che in cinque anni di matrimonio aveva inutilmente sperato una creatura, lo diceva sempre "...quel figliolo l, vedi,  anche un po' mio. Dove lo trovi un pap migliore di me?" Ed era vero, povero passerotto.
Anno, era stata tutt'altra cosa. Oh la vigilia di Natale, il primo Natale di Mino, nella cucina affumicata, con quei tre bimbi della balia che lo guardavano incantati e non osavano toccare le vestine, le chicche, i piccoli doni portati dalla "signora!" Quante menzogne, in casa, quante assicurazioni di pronto ritorno, per giustificare quella gita invernale alla villa di Marina, a cogliere agrifoglio vero. "Perch - aveva spiegato Marisa - l'agrifoglio che vendono dai fiorai  tutto artificiale." Ed erano partite, Marisa eccitata e allegrissima, Paola quasi sorridente nella sua malinconia di mamma-bambina.
E il suo cuore soffocava di felicit nella corsa rapida verso la tortura dolcissima, e al ritorno, nella sera gi fosca, ella aveva tenuto tutto il tempo serrata in una mano una scarpuccia ancora calda di Mino.
...
Le aperse Rosa affaccendata. Dalla porta della cucina venivano un lieve ticchetto di girrarosto, un sommesso parlottare.
"C' il signorino Piero in salotto."
Lasci Piero ad attendere. Era invitato a pranzo. Le avrebbe fatto i soliti auguri.
Non lo sapeva che pi nessun Natale per lei sarebbe stato lieto e che forse meglio avrebbe potuto augurarle un buon sonno, un lungo sonno, il riposo finalmente.
Ancora una volta, la prendeva lo smarrimento che tanto spesso l'aveva piegata, da cui tante volte si era rialzata, pensando all'innocente. Piangeva, col capo sul freddo guanciale, con le mani ancora ingombre di vischio, il gaio vischio dei suoi Natali di fanciulla, in quella camera "da signorina" coi mobili bianchi, con le tende candide, immagini verginali della sua vita perduta.
Perduta?... Si aggrapp alle coltri, si rialz con uno scatto, asciug le poche brucianti lacrime che si era permessa. Non perduta. Quando si ha sulle braccia il peso di una creatura viva, non  perduta una vita, anche se l'abbeverino il rimorso e il patimento d'ogni ora. Pens a sua madre, a suo padre, ne carezz il viso attraverso il cristallo del loro duplice ritratto: "Poveri... poveri..."
La luce illumin in pieno il viso sconvolto dalla pena atroce non ancora vinta, che le faceva tremare la bocca in uno spasimo di pianto trattenuto. Una ravviata ai capelli, un bacio al medaglione da cui Mino guarda, con i grandi occhi seri dei bimbi che nacquero dal dolore. Ecco ricomposto il viso solito della signorina la quale non ha crucci, n soverchi pensieri; la signorina che non attende nulla dalla vita; la buona figliola docile di babbo e di mamma; la sorella indulgente di Furio; la zietta affettuosa dei figlioli di Margherita.
Che ci sia nella sua carne il segno di una maternit superata; che ci sia nel suo cuore la piaga di una colpa rimarginata; che ci sia contro il suo seno lo splendore lieve di un medaglione da cui guardano meravigliati e tristi due occhi di bimbo senza babbo, nessuno sa, nessuno indovina. Se possibile fu allora nascondere la colpa, la vergogna che avrebbe ucciso suo padre e sua madre, l'onta che la societ rigetta come un suo frutto ributtante e laido, sar facile ancora nascondere il dolore nato da questa colpa, marchio divino che fa pi trasparente la sua fronte, pi dolce la sua voce, pi grande il suo cuore, per tutti quelli che hanno tanto tanto male e che, come lei, non lo possono dire.
...
Piero lo sa? O lo sente? Quando la sua amica d'infanzia entra, egli  in piedi, intento a sfogliare le riviste accumulate su un tavolo, le belle riviste americane e inglesi fragranti di Natale, ridenti di belle figliole e di bei giovani che si baciano sotto il mistletoe.  uno sfarfallo giocondo di luci e di colori, un odore acre e fresco di bella carta stampata. Egli  giornalista e ne sente il piacere quasi fisico: dolcezza di carta serica fra le dita, occhio appagato dai bei caratteri nitidi e signorili.
Paola, in nero, con quella sua diritta figura contro lo sfondo chiaro della porta, gli d un tuffo al cuore, come sempre. Come sempre, anche, una assurda voglia d'inginocchiarsi, di prenderle una mano, di posarsela sui capelli, di piangere come un bambino. Ma ella  gelida, come sempre.
"Sei qui da molto?"
Egli parve non sentire. Era il povero uomo che lavora, che soffre talvolta di inconfessata nostalgia; forse era solo l'uomo che ama. E poich non era che questo, vide attorno agli occhi bruciati, quel segno indefinibile e netto che danno le lacrime piante di recente. Ne ebbe una stretta al cuore. Paola cap che egli aveva visto.
"Devi scusarmi" disse con la voce un po' roca, la quale denotava in lei, sempre, una emozione trattenuta. "Ero stanchissima... Sai, il presepio per i bambini, e tutte queste corse, e tante visite. C' anche un regalo per te, sai? E tu" la voce era gi franca "tu, non ci hai portato nulla?"
Diceva come sempre ci. Da un pezzo, egli lo aveva notato, da un anno o due, ella evitava con lui, con tutti, con qualunque uomo, l'accenno a una sua personalit, come se ella non esistesse pi, come fosse amalgamata ormai con tutta la sua famiglia, con suo padre, con sua madre, con i suoi fratelli. Ella, che era stata la pi audace e la pi brillante delle belle figliole che popolano i ritrovi mondani, in una gioia di vivere la quale dava un poco alla testa come un liquore di giovinezza troppo inebriante. Un tempo, Paola avrebbe detto, con quella gentile petulanza che sapeva dosare e variare a seconda degli adoratori: "Non mi hai portato nulla, Piero? Proprio nulla?" ed egli si sarebbe divertito a tenerla un poco cos, sotto la luce del lampadario ornato di vischio e di agrifoglio, come in quelle illustrazioni inglesi innocentemente perverse.
No, non era un volto da tenere alzato sotto la cruda luce di una lampada infiorata ed infioccata, questo che dal fondo della poltrona egli vedeva quasi trasparente di un pallore senza nome, con quegli occhi fondi in cui era tanta fierezza e tanto gelo.
"Non ti ho portato nulla. Del resto, credo che ben poche cose potrebbero farti piacere, oggi."
Calc su quell'oggi, forse senza volerlo.
"N oggi, n ieri."
"Oh, ieri s..." Ma Paola si alz con un piccolo brivido, serrandosi il paltoncino di maglia sul petto, frettolosa e freddolosa.
"Mi fai malinconia. Non parli che di ieri. Forse che ieri esiste?" Guard nel vuoto un istante, parve vedere qualcosa che le fece gli occhi pi larghi, pi fondi, pi abissali. "Se tu mi aiutassi a finire il presepio, faremmo una bellissima cosa, tutti e due. Se vuoi..."
...
Ecco, il presepio  pronto. Sfolgora di luci nel salotto tiepido, attende i bimbi, i quali, finita la cena, il cenone della vigilia, lo ammireranno senza fine, mai sazi delle sue figurine, mai stanchi del bell'angelo che lass porta una stella a fili di vetro sottili. C' qualche novit, quest'anno, ed  zia Paola che le ha scovate, che si fa una gioia di vederle apprezzate dai suoi piccoli amici: Paoletta, come lei bruna e un po' malinconica, Ermanno rumoroso e buono come il nonno.
Un presepio grande grande per due bimbi soli. Ma zia Paola ha preparato, insieme con i regali per loro, un pacco di giochi che domani Paoletta ed Ermanno porteranno all'ospedale dei bambini. Voleva preparare un altro pacco per i piccoli del Befotrofio, per i bimbi senza mamma e senza babbo ("A nome di Mino" aveva pensato come un voto), ma Margherita si era scandalizzata enormemente, dicendo che ai figli di nessuno pensa la beneficenza. E un gelo di morte per un attimo aveva fasciato il cuore di Paola.
Ma il gelo questa sera  disciolto. Chi indovina dietro la fronte liscia il pensiero avvitato a quel lettino laggi; chi dice che Paola non sa pi ridere; chi osa pensare che il suo volto non sia sincero, la sua voce non sia limpida, la sua gioia non sia eguale a quella dei suoi?
C' un lettino in una casa lontana, in cui Mino questa sera, come altre, come ancora chiss quante sere, si addormenta benedetto dalla bruna mano di balia; Mino che ha gli occhi grandi e tristi della sua mamma-bambina e le membra tenere e perfette in un fiorire delicato. C' una piccola creatura cui sua madre non pu mostrare ridente il bel pulcinella rosso e azzurro, l'automobile che va da solo, il carretto con i buoi, la palla, la trombetta; c' qui nella sala da pranzo ridente e vociante una signorina Paola che non  pi triste questa sera di qualunque signorina in vena di lieve romanticismo; una ragazza non pi giovanissima, la quale sorveglia Paoletta ed Ermanno perch non si piglino un anticipo della loro parte di chicche.
L'impazienza dei piccoli, il loro rumoroso entusiasmo, non va solo al brodo di cappone in cui navigano i ravioli fatti dalla Rosa. Paola sa con loro, che cosa cela il tovagliolo di Margherita nell'alto calice di cristallo rosa. Una lettera, la tradizionale lettera scritta da tutti i bimbi di tutti i Natali al loro pap e alla loro mamma, in cui li ringraziano dell'affetto e del bene ricevuto, e promettono per l'anno nuovo obbedienza e riconoscenza... salvo a ricominciare. Paola  a parte del segreto, ed  con un lieve tremore nelle vene che ode la voce di Margherita leggere ad alta voce la lettera, per cui ha finto le pi alte meraviglie.
"...E chiedono la vostra santa benedizione i vostri figli Paola ed Ermanno."
Che cosa dunque prende improvviso il cuore di quell'altra Paola grande, che guarda fisso dinnanzi a s, mentre gli altri applaudono ai piccoli autori di tanto capolavoro? Che cosa le attanaglia le viscere in uno spasimo irrefrenabile di pianto, in un desiderio di rivelazione e di sincerit, quasi in una gelosia che la morde feroce? Ecco, Margherita chiama le sue creature nel rito forse sciocco, forse sacro, delle mamme che baciano i loro bambini per quattro paroline scritte in bella calligrafia su un foglietto blu e rosa.
E Paola sa che mai Mino suo sar un giorno intorno a quella tavola fiorita, a ricevere dalla sua bocca il premio per la piccola cerimonia, forse sciocca, forse commovente. La speranza folle che l'ha trattenuta miracolosamente in vita, durante i mesi di attesa della sua creatura, che non l'ha fatta morire di spasimo durante questi due anni di maternit dolorosa e nascosta; la speranza che forse un giorno anche Mino avr diritto al suo posto nel mondo, alla sua fiamma nel focolare, ecco dilegua ad un tratto di fronte alla stretta tradizione, alla indiscussa onorabilit della sua famiglia riunita.
Mai, ella lo sente, Mino entrer senza ferire a morte suo padre e sua madre, che pur sono il tenero nonno, la nonna indulgente di Paoletta e di Ermanno.
Piero, unico, vede le mani di lei che tremano, la bocca che rifiuta il cibo, le mascelle contratte in uno sforzo tremendo e inumano. E l'anima di lui trema accanto a quella della giovane donna, attanagliata fino alla follia da un male oscuro spaventoso e ignoto. Egli lo vede ora, e si chiede per quale cecit, per quale singolare demenza, nessuno di quelli che pur adorano Paoletta abbia compreso che ella soffre fino a morire. Di che? Perch questa sera pi di altri giorni in cui, lo ricorda ora, Paoletta aveva quegli occhi smarriti e quella fronte tutta pallida di marmo spezzato? Perch nessuno di questi esseri, cui ella sembra votata in una abnegazione continua e sorridente, si alza e chiede quello che egli vorrebbe e non pu: "Ma tu soffri?"
No. Nessuno si alza, nessuno si accorge che c' a quella tavola fiorita e ridente un'agonizzante la quale chiede un sorso di tenerezza dalla sua creatura, che darebbe la sua vita per poterla stringere fra le braccia un attimo, un attimo solo.
...
Il rito  finito. I bimbi sono gi a letto e sognano questa notte gli angeli che domani porteranno la bambola e il Meccano. Nel sonno la loro mamma li udr ridere lieve.
Nella sala da pranzo, dove una sola lampada illumina la tavola, Rosa e Paola sparecchiano silenziosamente.
Piero si affaccia. Ha il cappotto, e in mano il dono che gli hanno fatto; un calendario di velluto nero, un gatto dai grandi occhi fosforescenti. "Vai gi?"
" tardi. Domani il giornale esce."
"Sarai stanco."
Paola lo accompagna per il corridoio malinconico, con quei vecchi quadri, con quell'impiantito oscuro e lucido. Sono al battente. Paola apre.
"Ti ringrazio ancora, Paoletta" ( dunque un pezzo che egli non la chiama cos, se quel Paoletta pronunziato sommessamente le d un improvviso senso di malessere doloroso?) Siete stati tutti molto buoni con me. Ma tu..."
"Ebbene?" Paola crede ch'egli voglia rimproverarle la sua freddezza, il suo distacco dal passato, la sua clausura volontaria.
Egli capisce di averla turbata, forse ferita. Scuote il capo, ha un riso breve, forzato. "Buona notte."
Paola lo sente scendere, rientra, richiude piano l'uscio.
"Buona notte!" Sorride con un po' di ironia, la giovane donna che si avvia a salutare suo padre e sua madre, ad augurar loro un Natale felice.
Ora bisogner ricevere il bacio, renderlo no, ch da allora le sue labbra non hanno pi sfiorato le gote di sua madre e di suo padre. Ancora una notte insonne, con il ritratto di Mino sul cuore, col pensiero di Mino che martella martella nel cervello stanco, con quel sapore salso di lacrime che corrodono. La sua vita lacerata, il suo avvenire ignoto, la felicit di Mino forse giuocata per sempre, le orride chimere notturne, gli incubi senza piet, le lacrime delle donne povere e sole, ecco la sua notte di Natale.
E l'uomo che l'ha lasciata andare senza una parola,  ancora l, nella scala umida, a combattere la sua peggiore battaglia.
Quando, incontrandolo pochi istanti prima, il portiere con antica confidenza gli aveva mostrato la busta grande, bianca, intestata rozzamente, dicendogli: "Porto su questa lettera per la signorina Paola", un'intuizione, poi una curiosit assillante lo avevano afferrato. Una lettera per Paola, con quella scrittura... Da chi? Pens a qualche beneficato della fanciulla, che si ricordasse di lei appunto la vigilia di Natale. Ma qualcosa gli diceva di no, di no, che non era questo, e che bisognava sapere.
Perci aveva risposto: "Vado su io, Giovanni. Tanto devo dire una cosa." Risal la prima rampa delle scale. Nessuno poteva scendere, nessuno salire, senza ch'egli avesse il tempo di vederlo.
La lettera era grande, pesante, di carta rigata. Un margine dorato, larghissimo e vistoso; una figurina di carta lucida, un bimbo con due alette rosa, adornavano la facciata.
Era la lettera di Natale, la lettera che i bambini scrivono alle loro mamme ed ai loro pap ringraziandoli dell'affetto e del bene ricevuto, promettendo per l'anno nuovo obbedienza e riconoscenza. La lettera con l'angiolino vestito di bianco e con le alucce rosa, che le mamme ripongono insieme con la prima scarpetta e col primo ricciolo nella scatola delle cose preziose.
E come tutte le lettere di Natale cominciava
"Alla mia cara mammina,
Anch'io bench piccino, voglio augurarti in questo lieto giorno a te mammina diletta, mille auguri per il buon Natale. Sai mammina? In queste sere ho pregato il Bambino Ges perch mi rechi in dono la mia mammina, che in questa grande festa dei bimbi piccini sar lontana dal suo Mino che gli vuol tanto bene. Mammina diletta a te tanti auguri e un bacione grosso grosso dal tuo
Mino."
...
...E allora, nel crollo improvviso di tutto un mondo di attese silenziose, di speranze, di gioie inconfessate che egli si era andato creando da mesi, forse da anni, da quando la bella figliola era diventata una giovane donna dalla fronte di marmo spezzato, emerse la piet immensa per quella povera donna che ella era ormai, per quella povera donna che tutta la sera aveva lottato contro il suo male. La piet per quegli occhi, ch'egli aveva visto dilatarsi, per quelle mani che aveva visto tremare sul lino lucente della tovaglia, per quella voce che l'aveva salutato gi roca di lacrime che sarebbero sgorgate nella camera bianca di fanciulla, sogno verginale troncato e sciupato, lo guid per le scale, gli fece trovare il pretesto necessario, gli diede la forza di non mostrare il suo viso.
Paola vide solo la mano, ud un bisbiglio che a tutta prima non comprese bene: "Dirai che avevo dimenticato il regalo"; afferr dalla mano il quadrato bianco, riconobbe la scritta; rabbrivid cercando vedere quel volto che si perdeva nell'ombra, mentre i colpi del cuore accompagnavano il passo rapido che si allontanava.
Chiese la mamma: "Chi c', Paola?" E mentre le mani stringevano con gioia delirante la lettera della sua creatura. (O balia imprudente, balia cara, infinita delicatezza di cuore umile che trova la via del conforto), la lettera che tutta notte avrebbe posato sul cuore col medaglione dagli occhi pensosi e tristi, ella rispose con voce un po' roca
"Nulla, mamma.  Piero. Aveva dimenticato il calendario."


UN PICCOLO UOMO.
- "Rividi il mio amore, dopo dieci anni, al torneo di tennis di Premeno.
Immagina una strada che dal lago sale monotona, fra giardini e ville di calzolai, di cappellai arricchiti. E l'afa ancora estiva di un pomeriggio settembrino, la stanchezza di un viaggio non desiderato, lo spleen del gi veduto che intossica la vita. Pure, a mezza costa, i castagneti che incurvano i loro rami esuberanti, rigogliosi di vita, gi ti sembrano pi cordiali degli alberi addomesticati che nei giardini fanno le cerimonie, in girotondo su un prato ben pettinato. Poi, imboccando il Pian di Nava, ti accorgi che la montagna  vicina quando essa ti manda incontro il suo saluto, con un brivido improvviso di aria pi fina, col verde cupo dei pini e il viola smorto delle eriche selvagge.
Al Pian di Nava ci pass dinanzi quella automobile su cui, al pontile, certi figlioloni in tenuta sportiva avevano caricato un fascio di racchette, anch'esse in toilette da viaggio.
- "Arrivano per le gare" mi spieg il vetturino, mentre il cavallo trotterellava meno triste, dopo due ore di salita, per quell'odore di fieno che giungeva a tratti dalle balze calde ancora di sole. "Ce n' pieno l'albergo".
Alle gare partecipavano, insieme con i migliori giocatori italiani, dei francesi, degli inglesi, degli americani e "perfino un australiano": lo conferm alla sera anche la mia vicina di tavola, che durante la cena spieg molto dettagliatamente alla madre - la quale faceva degli sforzi sovrumani per capire - il segreto del gioco della Lenglen.
Le giocatrici erano tutte al nostro albergo: alte, solidamente costruite le anglosassoni; meno sportive, pi agili, innegabilmente pi graziose le latine, e che fossero le giocatrici iscritte al torneo, nel gruppo di belle creature in abito da sera, lo si vedeva dalle forme pi sdutte, dalla pelle pi morata, dal braccio un po' maschile, alzato nel gesto della sigaretta accesa.
...
Poich i giocatori alloggiavano in altri alberghi, od ospitati in case private, io non vidi che due giorni dopo, sul finire della prima gara, quello che era stato il mio amore.
Tutto il giorno avevo "esplorato" Premeno. Non quello delle ville affacciate al palcoscenico dei giardini, semivuote ora poich i signori erano al tennis, ed in cui di quando in quando si udiva il trillo di una camerieretta che chiamava la cameriera della villa accanto, ma quello che si affonda nei boschi della Cavallerizza, gi gi verso Pollino, o che sale per il viale del Tornicco fino al refrigerio dell'acqua diaccia, venuta di lontano, attraverso le vene del monte.
Cos, presa da quel sapore di infanzia che non avevo mai conosciuto, io dimenticai la gara di tennis. Me ne ricordai quando - da uno strappo della cortina verde che mi aveva fino allora isolata dal mondo - mi apparve il promontorio del San Salvatore con quella piccola chiesa in cima e, pi sotto, fra il tremolo argenteo delle betulle, il tetto inclinato della tribuna del tennis.
Gremita di ombrellini e di cappellini, la vedevo di l, rosea, azzurra, candida di bei vestiti che le signore avevano sfoggiato, in quella calda giornata di settembre.
"Forse" pensai "sono in tempo" ma proprio allora mi accorsi del mio abito macchiato, delle mie scarpette umide, dei capelli allentati che le poche forcine rimaste non riuscivano pi a frenare e che sentivo vogliosi di sciogliersi in riccioli, ebbri di libert anch'essi.
Per uno di quei miracoli che qualche volta noi donne realizziamo, riuscii tuttavia a raggiungere il tennis, ripulita e rivestita, quando era appena iniziata la "singolare gentlemen". Mi accorsi subito che i competitori dovevano essere due "assi" dal modo come il pubblico si era volto alle fasi del gioco, e pensai che dovessero essere due bei giovani, dagli occhi delle donne che li guardavano.
Seduta un poco indietro, io non li vedevo. Qualcuno mi raccontava, in quel momento, l'esito delle gare precedenti e il pianto un po' comico di una giocatrice che non aveva resistito al dispiacere della sconfitta, ed io mi volgevo a cercare con gli occhi la piccola desolata, con un istintivo moto di piet femminile, quando una voce mi immobilizz, in un gelo del cuore e dei sensi che oso paragonare solo alla morte. Credo davvero che morire sia un poco cos.
- "Guarda" disse la voce "Brera  straordinariamente in forma".
Non so come fosse il mio viso quando, vinto quel gelo, mi volsi verso la signora: "Fermo Brera?"
- "S, Fermo, il campione. Vincer anche quest'anno, certo. Un giocatore di quella forza...".
- " un cos bel ragazzo!" modul la sua compagna.
Allora pregai un inserviente di cercarmi un posto migliore.
...
Ecco, lo vedevo in faccia, ora.
Pronto nel colpo, felino nel rimando, non eccessivamente alto ma mirabilmente armonico in quel suo giovane corpo addestrato da anni al gioco, col torso modellato entro un golf di un azzurro lavanda che si fondeva col bruno dorato della pelle e dei capelli e che era del preciso colore dei suoi occhi - occhi magnifici fanciulleschi liquidi entro ciglia scurissime - s, era lui, Fermo Brera.
Lo riconoscevo, con quella ingenua inconscia femminea adorazione della sua bellezza che era stata la mia colpa e il mio castigo, presa, come quella folla di signorine e di dame, che se lo beveva con gli occhi, da quel suo riso splendente sul bruno del volto.
Erano passati dieci anni, su quel viso che era ancora quello di un adolescente? Non gli avevano lasciata nessuna traccia, nemmeno una scalfittura, o forse s, all'angolo dell'occhio, come a me, quel colpo di unghia sottile e profondo appena visibile a noi stessi.
Ma io sola, di noi due, ero radicalmente mutata poich, seduta a pochi passi da lui, nel cerchio del suo sguardo che mi sfiorava senza vedermi, egli non mi riconosceva. Pure il mio viso nuovo di donna era ancor vivo di giovinezza e negli accesi occhi che egli aveva tanto amato, splendeva ancora la fiamma di dieci anni prima.
Ero stata, allora, la sua "piccola amica". Forse, la prima; certo, quella che profuma tutta la vita di un uomo e che torna talvolta, di lontano, dal sogno e dal ricordo.
Ogni domenica Fermo Brera mi aspettava col berretto sugli occhi, le mani nelle tasche dei calzoni, il cappotto su una spalla.
Quando io sbucavo, quasi correndo per paura che una chiamata della zia mi raggiungesse ancora, egli mi veniva incontro con passi lunghi che dicevano la sua impazienza.
Che freddo, d'inverno, su quel campo di football fuori porta! Con le mani, gonfie di geloni, raccolte sotto il cappotto che custodivo come una cosa sacra, aspettavo intirizzita e trepida che la partita finisse. Non capivo nulla, di quei calci complicati, di quelle parole inglesi: sapevo solo che egli era goalkeeper e che goalkeeper vuol dire portiere. Perci, di lontano, Fermo mi appariva come un angelo terribilmente bello, posto a custodia di una porta che dei diavoli in maglia rossa o arancio o azzurra si ostinavano a insidiare. E come la difendeva! Le sue "parate" erano famose e quando egli si rialzava da qualche plongeon che l'aveva mandato lungo e disteso nella mota, in mezzo agli applausi e agli urli di quella folla di ammiratori, io sentivo il mio cuore di piccola innamorata gonfiarsi di stupido orgoglio.
Al ritorno, Fermo mi pagava un caff e latte in una latteria, ma io mandavo gi lenti e svogliati bocconi, gi malinconica per la domenica cos presto finita, mortificata di non avergli detto nulla, del gran bene che gli volevo.
La mia vita di fanciulla che non aveva avuto infanzia e che a diciassette anni si guadagnava la vita; la stanchezza di tutta una settimana passata alla macchina da scrivere che io odiavo - ti ricordi? - perch mi pareva irridesse, col suo ticchetto, ai sogni che mi portavano lontano da quella che tu chiamavi "la nostra prigione"; le ore passate al freddo, sul terreno fangoso; la scialba luce del gaz che mi rendeva livida e quasi brutta, non facevano di me, no, una lieta compagna.
Ma forse appunto per questo lui bello, lui forte, lui non ricco ma certo meno povero di me, mi voleva bene.
Ma voleva "arrivare". Dove, non sapevo. Forse a quel mondo dove infatti era giunto, dove si portano golf color lavanda su calzoni di stoffa inglese, dove si gioca a tennis su un campo levigato, dove le voci che dicono i punti del gioco, sono alte, squillanti, cantanti.
Non era fatto per quel suo pubblico di ragazzotti e di popolani e aveva scelto l'unica strada che poteva portarlo fin l, quella per cui aveva la prontezza, l'agilit, l'eleganza necessaria.
In una partita in cui lo portarono quasi in trionfo, mentre io, schiacciata dalla folla contro lo steccato, inondavo di lacrime un cartoccio di noccioline americane, fu notato da un azionista di una grande societ sportiva. E quando la domenica dopo io lo vidi, in una maglia nuova, giocare di fronte ad un pubblico tanto diverso da quello del nostro piccolo campo popolare, capii che lo avrei perduto.
Di domenica in domenica, si sciolse la catena di cui ogni giorno aveva ribadito un nuovo anello. Conobbi, e non avevo vent'anni, il calvario delle donne che hanno affidato la loro vita a un fanciullo senza cuore e senza scrupoli.
Io ogni giorno pi gi, egli ogni giorno pi su, dove io non potevo seguirlo, con le mie dita sciupate, con i miei vestitini cuciti di furia, con le scarpette che si allargavano e si torcevano sotto i miei passi di piccola dattilografa.
Allora, quando l'ebbi perduto, volli camminare anch'io.
Perch io avevo camminato, per lui.
Chiusa tutto il giorno in quella prigione dove non c'era posto che per il ticchetto delle nostre macchine, una speranza mi aveva tenuta viva e aspra contro il dolore, mi aveva irrigidita in una forza di cui sapevo la ragione.
Volevo raggiungerlo.
Per questo, vedi, non mi uccisi. Per questo, il giorno in cui sentii accanto a me il fiato pesante e ansante del nostro principale, vinsi la nausea e il ribrezzo e non lo allontanai. Per questo, ora lo sai, riuscii a farmi sposare. Anche per noi, chiuse entro le mura di una "prigione", c' una via per evadere.
...
La gara era finita e la folla, in piedi, commentava. Aveva vinto Fermo Brera e si portava via quella straordinaria trousse in tartaruga e oro, quelle magnifiche spazzole, quello specchio ovale, quegli aggeggi per le unghie. Rividi, in un lampo, la camera dove qualche volta, pallida d'amore e di paura, lo avevo raggiunto; rividi sul cassettone quelle umili spazzole, quelle piccole forbici un poco arrugginite, tutto il suo lusso di ragazzo che lavora e che non ha tempo di "farsi le unghie".
Come erano, oggi, le mani di Fermo Brera? Certo, mani di signore, mani che muovono con vigore ed eleganza la racchetta, col polso fermo ed elastico, coi tendini solidi, con le giunture snodate. Mani che serrano, dopo il ballo, quelle cedevoli delle donne che le abbandonano con un po' di confidenza; mani, ecco, che si tendono lunghe e brune, nella stretta allegra dell'uomo che ha vinto.
No. Io non volevo stringerle, quelle mani che un giorno mi avevano respinta, ferme e tranquille. Al momento di raggiungerle una repulsione sottile e invincibile mi allontanava da loro.
Perch lo avevo ritrovato con la sua maschera di fanciullo, ma cos diverso da quello che era stato il compagno della mia giovinezza!
Per quel piccolo uomo, simile a tanti altri, io avevo bruciato la mia anima in un matrimonio senza amore?
Ed ecco, sentivo in quel momento che "non ne valeva la pena".
Sentivo per la prima volta in tanti anni, che quell'uomo valeva meno di me.
Perch io era stata,  vero, la fredda e disamorata schiava dell'uomo che mi aveva dato il suo nome, ma almeno qualcosa aveva giustificato la mia vita, quell'amore che avevo portato su su, nelle braccia, come la madre che solleva alto il fanciullo perch la piena non lo travolga.
Fu per salvare l'immagine di quell'amore ch'io non tornai pi al tennis. Non vedere pi Fermo Brera voleva dire, almeno, non odiarlo; voleva dire, almeno, ricordarlo senza rancore.
E cercai nella solitudine quella pace che non sapevo pi ritrovare.
Ma prima della mia partenza lo rividi ancora una volta.
Quella sera un gruppo di giocatori sost dinanzi all'albergo; Fermo era in mezzo a loro e rideva, del suo riso splendente sul dorato pallore del volto.
Una giacca a righe nere e azzurre gli pendeva dalla spalla.
Un attimo, gli incantevoli occhi alzati su di me, nello sguardo pesante e morbido che gli conoscevo, incontrarono i miei che forse assomigliavano ancora agli accesi occhi che aveva amato. Ma prima che egli li riconoscesse volsi il capo, e Fermo Brera pass.
Allora, s, tutta la mia anima lo segu.
Per quel gesto un poco plebeo che me lo ridonava, cos come lo avevo conosciuto: giacca sulla spalla, mani in tasca.
Quando penso al mio amore - vedi - lo ritrovo cos".
...
...e la voce di Marina tace, mentre davanti a noi, sul court dell'Albergo, una coppia di signorine tesse, nel tramonto d'oro, un suo ricamo di battute e di rimandi.


LUCE.
Al margine della strada, dove il Bisagno fa un gomito impaludandosi, la casa di Marinin sorgeva, rosa fra il verde degli amareni, a un sol piano, con poche finestre fiorite di gerani.
Non c'era che quella casa, in quel punto, davanti alla piana del terreno dove si coltivavano mughetti e lill bianchi, e Marinin poteva quasi credersi padrona di quel campo che in primavera mandava fino alle sue finestre un acuto profumo cos dolce da stordire.
I fiori erano la sua passione ed essi sentivano forse quella passione passare dalle sue dita magre e stranamente belle ai loro gambi ed ai loro fragili steli, perch non si rifiutavano di fiorire, cos che il terrazzo accanto alla casa era tutto un sorriso di delicate corolle.
Distribuito il latte e preparato il burro, ella passava l le ore libere e chi giungeva dalla strada era sicuro di vederla cos, china sui vasi di coccio, con un viso amoroso di madre che spia il sonno del suo bambino.
C'era anche quando, sollevando un polverone denso come una cortina, passava il tram delle sei che riportava Giose a casa, ed era allora che quel viso chino sulle corolle si imporporava e che le mani stranamente belle si agitavano, incapaci di continuare la paziente opera.
Giose non era il galante di Marinin, ma tutti sapevano che Marinin gli voleva bene e lo attendeva la sera, al ritorno dal porto.
"Eccola, c'" dicevano i compagni e il pi vicino gli dava una gomitata per fargli alzare gli occhi dal giornale. Ma lo sguardo breve dell'uomo, alzato per un attimo sino a quella fronte arrossata lass, non era certo uno sguardo d'amore.
Quando il convoglio riprendeva la corsa, dopo la fermata obbligatoria, qualche lazzo partiva, qualche risata sommessa giungeva fino al giovane, ma nessuno si arrischiava ad una parola pi alta, perch Giose era forte e temuto.
Pensieri d'amore passavano allora dalle dita della fanciulla alle corolle dei fiori, e le piccole cappuccine capricciose, pi degli altri fiori li raccoglievano, perch erano quelle che Marinin prediligeva, con quel loro capino di velluto sul verde fresco delle foglie rotonde, con quei loro dispetti di bambini che cambiano vestito ogni giorno.
Che dallo stesso cespo nascessero un giorno fiori di velluto mandarino e un altro giorno fiori di velluto sangue cupo, Marinin ancora non era persuasa. Preferiva forse pensare che nella notte i fiori scambiassero le loro tunichette leggere.
Della sua deformit ella non aveva mai avuto una nozione perfetta. Lo specchio della sua camera, in bilico sul cassettone troppo alto, conteneva a stento un'immagine sbiadita e imperfetta. E la camera era troppo buia, al mattino per la finestra piccola e la sera per la luce vacillante della candela, perch ella potesse avere una immagine precisa della sua triste bruttezza.
Ma chi la vedeva alla luce del sole guardava con pena quella nuca che dietro si sollevava in una ridicola gibbosit, quel collo breve e nodoso affogato nelle larghe spalle, quell'andatura starnazzante di oca madre affaccendata.
Era lei la sola a non stupirsi che Giose, il pi bello e il pi povero dei giovani di Fontaneggi, potesse pensare seriamente a lei. Adorata dal padre e dal fratello, padrona dispotica del suo piccolo nido dopo la morte della "baccana", lei aveva anzi delle mosse un poco leziose, dei gesti quasi preziosi che sarebbero parsi straordinari se chi la osservava non avesse intuito, in quella famiglia di lavoratori, un istintivo bisogno di bellezza, una spontanea finezza di sentire, forse atavica, rivelata dalle mani bellissime in tutti e tre.
...
Il padre non disse di no. Certo sapeva che a Giose faceva gola, pi della ragazza, la casetta rosa fra gli amareni e le diecine di "casane" che si servivano da loro per il latte. Ma poich la figliola lo voleva ed egli poteva con Rico difenderla da ogni prepotenza, non volle forse far piangere quella sua creatura per la quale tante volte, chino sulla piccola culla nei primi anni della deformit, aveva pianto lui.
Naturalmente, sarebbero rimasti in casa. La "baccana" rimaneva lei, la fuentina che sapeva far di tutto e che ora alzava la gracile voce, nelle chiare mattine, mettendo nel "mazzolin di fiori" la sua inquieta e febbrile gioia di promessa.
Se davanti a Giose, il quale veniva a fare la sua corte ogni sera, al ritorno dal porto (il primo giorno era partita qualche parola pi alta, dal tram, poi tutti si erano abituati), ella non sapeva quasi alzare gli occhi, sbiancata da una emozione che la squassava fino alla sofferenza, febbre e gioia prorompevano nel canto pi alto, nelle cure pi assidue ai fiori del terrazzo.
Essi soli dovevano sapere che cosa era Giose per lei e quali cure ella avrebbe avuto per lui e come bella doveva diventare la casa perch egli potesse con gioia tornarvi. Gi pennellate di azzurro erano passate sulle imposte e sulle intelaiature delle finestre e i vasi di coccio sul terrazzo sgargiavano di un bel colore cinabro che faceva pi verdi e pi brillanti le foglie.
Poi venne la proposta di Rico di "mettere la luce". "Costa meno ed ho un amico che mi fa l'impianto gratis" disse al padre per persuaderlo. "E come regalo di nozze io comprer la lampada per la cucina. Vedrai Marinin come sar contenta!"
Ne fu cos felice che volle aiutare anche lei, una domenica, il fratello e il suo amico. Quegli interruttori di porcellana lucente, quegli isolatori in fila come soldatini, quelle matasse di filo arrotolato erano cose nuove per lei e li maneggiava con timoroso fervore. Forse erano sacri davvero perch facevano parte della "casa nuova".
- "Non accendiamo ancora" implor a opera finita. "Solamente la sera...". Volle dire "la sera del mio matrimonio", ma non seppe continuare - "Non voglio accendere prima".
Il capriccio fu rispettato e per quanto la tentazione di veder la luce sgorgar sulle pareti ripulite, fosse forte, tutti rispettarono il patto. Solamente una sera Giose, dopo avere inciampato nell'ultimo gradino della scala, accese bestemmiando la luce dell'andito. Se ne ebbe un'occhiata in tralice del futuro cognato, che gli ramment il capriccio della fidanzata e gli fece immediatamente spegnere la lampadina.
...
Una mattina i fiori del terrazzo furono dimenticati. Era la prima volta in tanti anni ma forse le piccole cappuccine sapevano perch e lo dissero agli altri cespi. Certo lottarono tutto il giorno coraggiosi contro la sete, ma il coraggio e l'amore per Marinin non imped loro di reclinare il capino la sera, come bambini stanchi che la mamma ha dimenticato di mettere a letto e che si addormentano sulla tavola.
Ma tutto il giorno la casa aveva risuonato di voci allegre, di passi affaccendati e davanti alla casa un'automobile infiorata di mazzi bianchi aveva detto anche a chi non voleva saperlo che la lattaia della Piana si sposava.
Lustro e azzimato il padre l'aveva accompagnata all'altare e se aveva sorpreso lungo la navata sorrisi di scherno per la strana coppia che Dio doveva benedire - lui bellissimo alto e forte, lei contorta e piccola - aveva offerto a Dio lo sdegno e la sofferenza, pregandolo che li mutasse in tanta gioia per la sua "fuentina".
Poi erano tornati alla casa pi rosa sotto il sole di giugno. E gli invitati rumorosi avevano invaso la casetta sempre cos silenziosa e mani di cuginetti avevano strappato qua e l un fiore, una foglia, un rametto di basilico, le cime dell'erba persia e dell'erba luisa.
Pallida pi degli altri giorni e pi degli altri giorni pietosamente brutta, la sposa, rivelando ancora una volta l'oscura originaria finezza, non aveva tuttavia perso il controllo di s stessa. Fin dalla mattina era lei che a tutto aveva pensato, anche al padre che perdeva la testa, anche a Rico che era abituato alla sua mano per farsi la cravatta.
Se non era andata ai suoi fiori, quel giorno,  perch sapeva che avrebbe pianto e piangere portava sfortuna.
Da sola si era vestita, rifiutando l'aiuto di ogni sua amica e di ogni parente, con un pudore in cui era forse il presentimento della sua bruttezza. Poi tutto il giorno, pallidissima e calmissima, aveva parlato e risposto, come se la sposa non fosse lei.
I parenti pi lontani partivano. I ragazzi, dalla strada, stanchi di chiedere confetti si allontanavano. La sera illanguidiva nella cerchia dei monti, accendeva i suoi fuochi di stelle sulle coste lontane.
"Accendiamo?" chiese Rico alla sorella, con un gesto di fraterna tenerezza che tutto il giorno non aveva osato e che fece tremare la sua rude anima aspra alla fatica.
"Ancora un poco... aspetta. Accender io".
Qualcosa la faceva indugiare, una paura indistinta, un pudore che cercava il buio per nascondersi, per piangere piano di felicit.
Quasi al buio, s'inoltr nella camera che doveva essere la loro, che era stata quella di suo padre e di sua madre e che il padre le aveva ceduto.
La coperta nuova del letto, di un raso giallo che nella penombra sembrava quasi nero, la fece trasalire di paura, ma il bagliore fioco del lumino acceso sotto l'immagine della Madonna della Guardia la rincor, le ridiede un senso di sicurezza e quasi di felicit, le fece cercare con mano pi ferma il bottone freddo dell'interruttore.
Luce. Luce fredda sulle pareti oneste, candide di calce, luce sulla coperta rilucente adesso come oro liquido, sui mobili verniciati a nuovo che odorano di acquaragia e di cera. Il ritratto di sua madre, sposa; le tende inamidate alla finestra, cos bianche da sembrare azzurre. Sul cassettone, il ritratto che Giose, il fidanzato, le ha dato.
L'adorazione la porta fin l, fino al volto su cui mai ha posato le labbra, bel volto sano di sua gente, con occhi fermi e luminosi, e spalle poderose che sanno sostenere tanto peso. Come sembrer piccola, vicino a lui, sua moglie. Cos piccola, che per vedersi nello specchio, ecco, ella deve come in camera sua alzarsi sulla punta dei piedi.
L'orrore la getta contro la parete, le mani serrate sul volto come per allontanarlo.
Suo quel volto di vecchia bambina cinereo e come stirato sugli zigomi troppo acuti?
Suo quel collo cos corto che la testa pare posata, e non attaccata, sulle spalle altissime?
Sue quelle spalle e quelle braccia lunghissime che si tendono come per allontanare quell'altra che non  lei?
E Giose, Giose bello, alto, forte, Giose il pi bello dei ragazzi di Fontaneggi, Giose il pi povero...
Pronta come la luce che  sgorgata solo per un gesto della sua mano, da una sorgente misteriosa di cui ella nulla sa, l'intuizione ha illuminato di certezza il creduto amore di Giose.
Ma non si pu pi spegnere quella luce, nemmeno col gesto della mano che richiama il buio nella camera.
A tentoni esce, ode come in sogno le voci che in cucina vibrano pi alte, sotto il bel lampadario acceso. Un alito, un soffio, forse qualcuno che chiama l'attira fuori, sul terrazzo dove la luce, almeno, non arriva; dove solo splende lontano, sulla costa delle montagne, il lume pietoso delle stelle.
Per la prima volta nella giornata le piccole cappuccine ricevono il sorso per la loro sete.
Ma sono lacrime roventi, che bruciano dove passano.


PASQUA DI RISURREZIONE.
La lettera crocchiava con la voce della sua grossa busta filigranata, ogni volta ch'ella apriva la borsetta per cercare il portamonete, il fazzolettino, lo scatolino della cipria. E quasi la custodia fosse diventata trasparente, o luminosa come una lastra radiografica, anche nella penombra della chiesa punteggiata di ceri ella ne rileggeva a memoria la soprascritta, tracciata con quei caratteri che ogni volta, riapparendo, le rimescolavano il sangue. Sembravano l'emanazione di colui che li aveva tracciati: rievocavano il suo profilo deciso, il lampo degli occhi, la mano pallida e nervosa. "Alla signorina Mina Fidenza, presso la Signora Giorgetti, Sarta - Via Maragliano, 8-4 - Genova."
"Alla signorina Fidenza..."
Colei che era stata la "signorina Fidenza", seria, composta tra la suocera e la cognata, compassate anche loro nel pio atteggiamento, sembrava intenta alla lettura del Passio; ma dell'altare parato di viola, dei lampadari accesi, dei fedeli genuflessi, cui sovrastavano le pallide frondi benedette della Domenica delle Palme, ella non percepiva che una sensazione imprecisa, fluttuante come le nuvole di incenso che salivano a stordirla.
Si era proposta di pregare in pace; si accorgeva invece di non poter staccare il pensiero dalla lettera e dall'immagine di colui che l'aveva scritta.
Sua sorella Lisetta era venuta, in gran mistero, il giorno avanti. "C' tuo marito? aveva chiesto, quasi ancor prima di salutarla, e come lei faceva cenno di no, s'era tolta di tasca la busta azzurra, riconoscibile fra mille. " arrivata una sua lettera."
"Marco?"
"Lui. La Giorgetti me l'ha consegnata stamattina. Ma che cosa gli ha preso, di farsi vivo dopo pi di un anno? Leggila presto e nascondila. O meglio ancora bruciala."
E vedendo che Mina, pur soppesandola su le palme tremanti, rosea per una vampa improvvisa salita alla fronte, non si decideva ad aprirla: "Non l'apri?" aveva insistito. "Non vuoi vedere che cosa ti scrive Marco?" C'era nella sua voce dello stupore, e quasi lo sdegno di una curiosit delusa. Non valeva dunque la pena di tanta precauzione e di tanto mistero, se poi Mina non la leggeva nemmeno.
La sorella maggiore, aprendo un cassetto della scrivania e riponendo la lettera nella tasca segreta della borsetta, aveva risposto calma, gi padrona di s: "Grazie, Lisetta. La legger dopo".
L'aveva aperta dopo, infatti. E di averla letta, ecco, era rimasta punita, per quel tremore interno che non quetava, per quel tumulto del pensiero, del sangue.
Marco scriveva da Torino; dall'albergo dove essi erano scesi una volta, al tempo di una scappata ch'egli chiamava ironicamente "il loro viaggio di nozze."
"Sono qui" diceva "in licenza pasquale: un mese di vita cittadina, che mi stordisce dopo un anno intero di Somalia. Sono qui, solo, e non mi muovo finch non ti vedo; i miei possono aspettare, nella loro Gressoney ancora addormentata sotto la neve. Ho sete di te, anche se da pi di un anno non mi scrivi. Appunto perch non mi scrivi. Sei cattiva. Ma sei bella, e ti aspetto. Sono al "Vecchio Piemonte": ricordi? Ho la nostra camera. Non ho pi una tua lettera, lasciate tutte chiss dove, ma il tuo ritratto, s. E poi qui ci sei tu: il tuo volto bianco, arso d'amore; i tuoi baci. Star a Torino fino a domenica mattina; se vieni faremo Pasqua insieme; solo dopo telegrafer ai miei di aspettarmi. Ma tu verrai..."
Ma tu verrai. C'era tutto Marco, in quelle parole. Il suo egoismo, la sua baldanza pronta a ghermire, la sua totale assenza di scrupoli. Si erano lasciati, pi di un anno prima, per un reciproco accordo che tacitamente conveniva sulla impossibilit di continuare cos: egli non parlava di matrimonio e lei, Mina, non poteva durare in un legame che la umiliava facendola acutamente soffrire. Due anni di pazzia, da parte di lei, di capriccio da parte di lui; di sotterfugi, di misteri, di appuntamenti clandestini, di mentite visite alle amiche, di complicit con la sarta, con le serve, con la sorella. C'era stato un punto in cui ella aveva detto basta!, col risveglio del truffato che si sente vittima di un raggiro.
Un' ultima volta che si erano visti, ella gli aveva chiesto, mentr'egli si rifaceva la cravatta davanti allo specchio: "Se mi sposassi, soffriresti, Marco?" E si era sporta dal letto, dove era rimasta adagiata, per vedere il volto di lui riflesso nello specchio. Bel volto glabro, calmo, solo preoccupato dell'irreprensibile nodo. "Ti manderei un magnifico regalo."
Si era sposata poco tempo dopo, infatti. N Marco si era fatto vivo, alla lettera in cui ella gli annunciava la decisione e la rottura. "Filippo  un gentiluomo. Marco. Mi vuol bene. Mi sposa pur sapendo di "noi due", perch ha fiducia in me. Fiducia in me, capisci? Fede nella mia lealt di donna... A te io non rimprovero nulla. Solo, accanto al galantuomo che chiede semplicemente di farmi felice, misuro la vanit di quello che tu ed io chiamammo amore."
Ora, come se poche settimane fossero trascorse dal loro ultimo incontro, come se nessun muro si fosse alzato a separarli per sempre, egli scriveva rievocando i giorni di Torino, sicuro di aver ancora una presa sulla sensualit di lei, anche s'ella era la donna di un altro, e l'amore fra di loro era morto. "Tu verrai."
...
Settimana di passione. Dall'arrivo della lettera, e poi dalla domenica parata di viola, tutta un fremito di palme verdechiaro e di ulivi grigioargento, in cui aveva tentato di pregare, gi lontana da suo marito, dalla sua casa, dalla nuova famiglia, ogni giorno era stato un patimento di desiderio represso, un'agonia della volont.
La suocera la guardava al disopra degli occhiali: "Tu non stai bene, Mina." Vedendola smaniare nel sonno, suo marito le metteva una mano fredda sulla fronte scottante, svegliandola per vedere se non aveva la febbre. "Donin mia, cosa ti senti?"
E tutto congiurava per portarla l dov'ella sognava di andare e lottava per non andare. La piccola Mim Serpi, una sua amica torinese, si sposava subito dopo Pasqua, e anch'ella scriveva: "Ti aspettiamo per le mie nozze. Tua sorella sar mia damigella d'onore, ma tu, la pi grande, la pi saggia delle mie amiche, non puoi mancare."
Capit Lisetta, tutta eccitata per l'imminente viaggio: "Pensa Gina, la Pasqua a Torino! Ne hai parlato a Filippo?" Nemmeno le veniva il sospetto che quella lettera della settimana prima recasse la probabilit di un soggiorno torinese di Marco. Tutta presa dai preparativi del vestito di gala, del viaggio, della cerimonia, anche la lettera era passata in seconda linea. E poi, Mina aveva un tal modo di chiudersi in s stessa, opponendo il silenzio alle curiosit e alle indiscrezioni. Alla domanda: "L'hai letta?", "L'ho bruciata" aveva risposto finalmente un giorno. Vero o non vero, non c'era modo di cavarle una parola di pi.
Ogni notte, Marco tornava, non pi con la suggestione della parola scritta, ma con l'ossessione della presenza desiderata.
Da tanto tempo lo aveva scacciato dal suo ricordo, cancellato dalla sua carne. Nei baci di suo marito, nella stretta consapevole e protettrice di lui, aveva creduto di aver ritrovato la pace, ricreato una fede. Ed era invece bastata una lettera, crocchiante nella busta filigranata, per riportarla ad un mondo di illusione perduta, di volutt sconfessata, di colpa - credeva - redenta.
La bont generosa di Filippo, il suo affetto vigile, guardingo di un solo accenno che potesse ferirla; la volont ferma di lei di ricambiarlo, di essergli fedele anche nel pensiero, a che valevano oggi? Quel richiamo: Albergo Vecchio Piemonte bastava a rievocare ci che i suoi sensi e la sua memoria credevano di aver dimenticato, volevano aver dimenticato. Corso Vittorio Emanuele, gli alberi spettrali di un rigidissimo gennaio; lei stretta a lui, ridenti, rossi in viso di piacere e di freddo. Una trattoria modesta, una locanda pi modesta ancora; una scala dal tappeto consunto, ciuffi di aspidistra polverosi sui gradini. Poi, in fondo al corridoio, la camera che pareva ovattata di neve, tanto era il silenzio e cos spettrale la luce che filtrava dalla finestra affacciata sul cortile. Il parlottare di una cameriera, l'uscio che si richiudeva, loro due soli. E nel silenzio della camera il grido soffocato di Marco davanti all'improvviso pallore di lei. "Stai male, Mina?" Poi il riso trionfante, i baci gloriosi ovunque la pelle di raso splendeva: "Pallida d'amore, arsa d'amore, malata d'amore, sei..."
Parlava sempre dell'amore di lei; se ne esaltava, con vanagloria compiaciuta, come un fanciullo che abbia conquistato un premio insperato. Diceva, puerilmente ammirativo: "Come mi ami!" Mai una volta: "Come ti amo."
Quando Filippo si un a Lisetta per convincerla "che poteva benissimo andare a Torino", ricacci a forza la disperata volont di aprirgli la lettera di Marco sotto gli occhi, di dirgli: "Ecco perch rifiuto. Non capisci che partire, per me, significa rivederlo?"
Che ragione c'era di non andare? insisteva Filippo. "Hai tutto pronto, anche quell'abitino nero col lam, che ti sta benissimo. Tu parti con Lisetta sabato mattina, io vi raggiungo solo domenica, per quei lavori che sai e che non posso lasciare. Luned assistiamo alla cerimonia, marted torniamo. Perch no?"
Gi, perch no? L' accenno alla "Pasqua in famiglia" fu accolto da risate, perfino della suocera, che si piccava in certe cose di essere una donna moderna. E Lisetta metteva su il broncio, e Mim Serpi, da Torino, tempestava di espressi le sue amiche: "Promettetemi di non mancare, promettetemelo tutte e due."
...
Prepar, come in sogno, la valigia. Qualcuno, che era dentro di lei, che automaticamente la guidava, le sugger di unire al poco corredo occorrente la sua parure pi bella, pi "viaggio di nozze". Usc, apposta per comprare un flaconcino di fougre royale, il profumo che faceva dire a Marco, fra un bacio e l'altro: "Sei amara come un veleno." Dall'epoca del matrimonio ella non lo portava pi. Apparentemente, era la solita "moglie di Filippo"; sostanzialmente, era tornata la fanciulla pronta a fingere, a mentire, a rischiare, per un capriccioso richiamo dell'amante.
Ritrovando l'abitudine della menzogna, un perverso piacere l'invadeva, quasi la certezza di un clima ritrovato. "Quella" si sorprendeva a pensare "non era Mina. Mina sono io." E quell'io finiva, sempre, nelle braccia di Marco.
Filippo aveva deciso di accompagnarle in macchina alla stazione.
"Vi lascio a Principe, poi io proseguo per Sampierdarena dove ho da fare." Perci, contrariamente alle sue abitudini, indugiava per la camera dove la moglie, gi quasi pronta, allestiva gli ultimi preparativi della partenza.
Seduto sul bracciolo della poltrona, giocherellando con un oggetto tolto alla pettiniera di lei, egli osservava il nervosismo della voce, l'incertezza del gesto, attribuendoli alla fatica della settimana pasquale.
"Si  stancata troppo in questi giorni" pensava. "La gita a Torino la riposer."
Fu proprio all'ultimo momento, nella fretta di riporre le pantofoline dimenticate, quando gi la voce di Lisetta nella sala accanto annunciava: "Eccomi qui", che il pacchetto del profumo trabocc dall'orlo troppo colmo della valigia. Come la carta rosea si ruppe, rivel la boccetta verdastra, con quella felce e quella sigla inconfondibile di grande marca straniera. Mina non aveva resistito alla tentazione di aprirla, il giorno prima; di aspirarne l'aroma tiepido, macerato, di "sous-bois". In quell'attimo il torbido passato era riapparso, evidentissimo.
Rovesciandosi nella caduta, sul tappeto che si imbeveva a poco a poco, ora l'essenza saliva fra i due. Filippo la conosceva: anche per lui, l'immagine dell'altro era legata al profumo.
Pure fu il primo lui a muoversi, a raccogliere carta e boccetta. Lesse lentamente, e non ce n'era bisogno: "Fougre Royale". La voce suonava penosa.
Ma non sarebbe stato Filippo se non si fosse dominato fino a cercare, pi in l, il tappo ch'era sfuggito. Prima di chiudere il flacone aspir il profumo, con una lentezza che pareva calcolata meditazione, e forse era solo l'indecisione dell'uomo che cerca un atteggiamento naturale. Mai come in quell'attimo le parole di Marco sembrarono vive: "Amaro come il veleno". Poi richiuse bene, avvitando accuratamente la capsula di cristallo, restituendolo a lei che non aveva nemmeno tentato un gesto. "Ora  chiuso bene. Non c' pericolo che tu ne perda nemmeno una goccia."
La sua mano, nel porgere il profumo, incontr quella della moglie. E allora il gesto fu pi lesto del pensiero, fu una stretta che si fidava chiedendo nello stesso tempo sincerit. La prese per le spalle, tenero e brusco, le sollev il volto, la guard negli occhi che sfuggendo parlavano. Carezzandole i capelli conferm piano la pena improvvisa, la paura, il sospetto: "Da un anno non lo adoperavi pi, donin mia."
Non sarebbe stato Filippo, per, se avesse soggiunto una parola.
Seduta accanto a lui, nella piccola macchina, Mina lo guardava di sfuggita, dimenticandosi di rispondere a Lisetta, la quale trionfalmente occupava il sedile interno con le sue valigette, con le scatole, e con una s stessa molto elegante nell'abito da viaggio.
C'era tutto Filippo in quella frase: una rampogna senza acrimonia che rammentava la fede giurata, la promessa ricambiata; che richiamava i sensi vagabondi alla certezza di una dedizione assoluta.
Aveva intuito che il passato era tornato per minacciarli entrambi? "Da un anno non lo adoperavi pi, donin mia." Null'altro. Ma era bastato perch'ella lasciasse il profumo in camera, sul cassettone, pi per evitargli un dispiacere che per medicare un sospetto.
Poter dirgli ora con la stessa semplicit: "Non lasciarmi partire, Filippo." Poter mandare Lisetta sola a Torino; dimenticare che a Torino qualcuno aspettava, che dall'Albergo Vecchio Piemonte qualcuno aveva scritto "Tu verrai". Farlo attendere inutilmente, invece, colui che era tanto certo della sua venuta, sicuro di poterla strappare, con una sola parola, al galantuomo che l'aveva sposata.
Potere? Ma si poteva.
Disse a Filippo: "Tu fissaci i posti, intanto. Ai biglietti penso io." E mentre suo marito si incamminava, tolse dalla borsetta la lettera spiegazzata, tormentata da una settimana di tentazione; la consegn a Lisetta, dicendole in fretta "Leggila in treno, poi strappala." Si affacci allo sportello: "Un biglietto "andata", seconda, per Torino."
"Uno solo, Mina?"
"Io non vengo. Leggi. Capirai. Fai presto perch perdi il treno."
"Ma..."
"D a Filippo che l'attendo fuori. E salutami Mim, falle tutti i miei auguri... Vai."
"Ma io non capisco...."
"Non importa che tu capisca."
La spinse verso il cancello, e quasi avrebbe riso al volto esterefatto della sorella, se non avesse avuto una gran voglia di piangere.
Poi prima di tornare alla macchina, dove accanto al suo uomo, spalla contro spalla, forse le sarebbe stato facile confessare ogni cosa, certa in ogni modo di essere capita, ella sent di dover dire qualcosa a colui che l'attendeva nella piccola camera dove si era data un giorno. Qualcosa che ne fermasse la mano pallida e nervosa, quando fosse per scrivere altre parole di richiamo. Che gli impedisse, una volta per sempre, di tendere lacciuoli di rimpianti a un cuore che gi era stato suo.
Chiese un modulo di telegramma: lo soppes come gi aveva soppesato la lettera filigranata. Come leggero, questo, come esiguo, come perentorio. Scrisse senza incertezze
Capitano Marco Forni - Albergo Vecchio Piemonte...
La citt riapparve: corso Vittorio Emanuele, gli alberi oggi in fiore, le gemme turgide, la Pasqua imminente...
Torino
Poi sotto, ben chiaro
Pasqua di Risurrezione.
Bastava. Non c'era bisogno d'altro. Egli avrebbe capito.


ESSERE DONNA.
Come scintillavano quella sera i lumi di Orta! Il loro lungo riflesso tremolava, fluido nell'acqua e un chiarore diffuso sembrava polverizzato nell'aria, come una cipria di stelle: giungeva fino all'Isola tutta scura e raccolta in mezzo al lago, con acceso solo il fanale dell'imbarcadero e qualche rara luce qua e l.
Dalla riva giungevano a tratti ventate di musica, moscata come il profumo dei grappoli, penzolanti dal pergolato gi chiazzato di macchie ruggine ed oro: uva troppo matura, aperta in dolci ferite, che le vespe e le api ricercavano golose e ricoprivano di una rete irrequieta e ronzante nelle ore idi sole.
Sul terrazzo del "Ristorante della Posta" ero rimasta io sola: la sera di ottobre, calda ancora, e la giornata festiva avevano vuotato l'Isola dei pochi ospiti: a quell'ora essi ballavano in piazza, nel pigia pigia delle coppie appaiate sotto gli archi del palazzetto comunale; Ugo, che si era loro accompagnato per il breve tragitto, forse si era fermato a guardarli appoggiato a una colonna e si era dimenticato di fissare una barca per il ritorno.
"Chieder alla padrona di mandare a riprenderlo con la sua" pensavo, ma la pigrizia e la dolcezza dell'ora mi facevano indugiare.
Mai l'Isola mi era apparsa pi remota, e la distanza che mi separava dal mondo pi sicura. Avevo messo quello spazio d'acqua fra me e la riva, fra il mondo e il mio amore e se talvolta avevo approdato, era stato solo per gite brevissime, all'una o all'altra sponda: la nostalgia di solitudine e la difesa del mio amore mi sospingevano al ritorno.
Talvolta, tornando con Ugo da quelle gite, mi era accaduto di stringerlo pi forte a me, mentre percorrevamo l'unica strada fra le case basse, di fermarmi per guardarlo meglio o per baciarlo, quasi suggellassi con quello sguardo e con quel bacio la nuova presa di possesso.
Carezzevole, apparentemente straniero, Ugo accettava l'abbraccio, gemello in grazia nativa al giovane gatto che al mattino grattava dolcemente alla porta, e che poi saliva a ronronnare fra le coltri nella camera semplice e nuziale; Ugo, gi desto, giocava a eccitarlo con mano indolente.
Ma quando egli partiva solo dall'Isola, quando passava lunghi pomeriggi sul lago, quando, come quella sera, diceva: "Vado ad Orta", io non gli chiedevo di restare. Quando il desiderio di vita traspariva prepotente dalle sue parole e dai suoi gesti, io dovevo lasciarlo partire. Un fragilissimo filo legava il mio doloroso amore di donna all'amore di lui, un "rimani" lo avrebbe spezzato.
Pi tardi, sarebbe tornato. Perch egli mi amava come amano le bestie e i fanciulli, soprattutto per s.
Eppure, quando appoggiava la testa sulle mie ginocchia, nel gesto infantile cos pieno d'abbandono, non mi era possibile dubitare: s lo possedevo, e non col solo legame dei corpi innamorati.
Ma come gli avveniva spesso di confondere desiderio e amore!... Inesperto ed eccessivo: "Guai" diceva "s'io mi accorgessi che un'altra donna mi piace. Avrei la certezza che il mio amore  morto."
Non credeva, scuotendo la testa con diniego assoluto, che si pu amare oltre il desiderio.
Eccessivo, in tutto. Anche ora si dimenticava dietro il suono della musica e forse i barcaioli di Orta avevano gi ritirato le barche. Doveva essere mezzanotte.
Mi decisi: "Gli mando la barca. Il ragazzo sar ancora alzato", ma avviandomi verso la casa, il silenzio e il buio mi rivelarono che l'ora era assai pi tarda: le camere dai balconcini in ferro battuto dormivano, con le imposte serrate sul sonno gi profondo; la finestra della cucina era sbarrata. Ma l'uscio era aperto, e sulla soglia scintillavano, pallide e immobili, le pupille del gatto, fisso al pergolato dove dei sorci enormi salivano a succhiare le dolci ferite dell'uva moscata.
L'ora a San Giulio batt con quattro colpi secchi, poi con uno pi profondo: il tocco dopo la mezzanotte.
Allora mi accorsi che anche laggi, ad Orta, la piccola citt dormiva dietro la coltre di ippocastani tirata tra lei e il lago; che la musica era cessata; che il riflesso tremulo dei lumi si era attenuato. Perduta nelle mie fantasticherie, non avevo avvertito lo spegnersi della musica e della luce.
Non era pi possibile mandare qualcuno.
Uscii di nuovo nella penombra ventilata del terrazzo: nuvole a masse nere, si alzavano ora dalla pianura e l'occhio rossiccio del fanale pareva ammiccare, complice della loro tempestosa minaccia. Il vento notturno avanzava slittando, sulle onde, spingendole verso gli approdi, verso le case acquatiche, verso i giardini in pendo.
Come quelle nuvole, un'ombra d'angoscia saliva in me, ma cercai di allontanarla e di ragionarmi.
Con l'orgogliosa sicurezza dei cuori innamorati mi dissi: "una disgrazia, no, lo avrei sentito." Ma un incontro, piuttosto; una conoscenza, una comitiva di amici... Ugo non aveva pensato che non poteva pi tornare all'Isola.
Mi assopivo, col capo appoggiato alla ringhiera, con le mani intrecciate quasi a raccogliere un tacito fluire d'ansia. Gi mi persuadevo che soffrire per quel ritardo era una cosa assurda, quasi ridicola. L'attesa mi intorpidiva. E risvegliandomi, mi accorgevo che non avevo cessato di attendere.
Poi, ancora lontano, accompagnato da voci, uno sciaquo di remi mi fece balzare in piedi, protendere felice verso l'ombra liquida: "Ugo!"
Le voci tacquero. La barca avanzava quasi radendo i terrazzi. Mi giunse allora la voce della piccola Honorine, che tornava alla sua villa, all'altro capo dell'Isola: "Non  tornato, Signora?"
"Non ancora."
"Ma  strano... credevamo fosse gi a San Giulio.  stato con noi fino a mezzanotte..." Qualcuno aggiunse piano qualcosa, perch si udirono delle risatine represse.
"Torner, Honorine. Buona notte."
"Buona notte, signora."
La barca si allontan e prima che sparisse udii una voce pi alta, quasi mordente: Honorine rideva.
Quel riso mi rese imminente la certezza di un dolore da sopportare.
...
Tornava. Gli scoppi di un motoscafo che si staccava da Orta diedero il primo segnale, poi la sicurezza fu assoluta quando la rotta si diresse verso l'Isola.
Non vedevo nell'ombra che un saettare chiaro a fiore dell'acqua, ma la gioia grid in me: Ugo tornava.
Pure, ricordando la risata di Honorine, una stanchezza infinita mi pieg. Io che ad ogni ritorno riprendevo possesso del mio amore con uno sguardo radioso, o con un bacio, vinta, non trovavo la forza di corrergli incontro.
Udivo come in sogno la voce di Ugo salutare e a lui rispondere una voce femminile... Ugo era sceso; il motoscafo virava, si allontanava in un ribollimento di schiume; la voce straniera gridava ancora, lontana: "Adieu."
Lo udii salire i tre gradini della darsena, imprecare contro un tavolino rovesciato, avviarsi verso l'albergo. Ma era quello il passo elastico e trionfante di Ugo? Pareva ch'egli trascinasse al buio la vergogna di quel ritorno. Trovai la voce per chiamarlo: "Sono qui."
"Tu?"
C'era in quell'interrogazione astiosa un istintivo desiderio di fuga, una inconfessata volont di starmi lontano; nel timbro duro c'era quasi una necessit di rivalsa; il bisogno, soffrendo, di far soffrire.
Con voce alla quale non poteva resistere, quella che gli faceva piegare il volto sulle mie ginocchia, nelle ore buone, lo chiamai vicino a me, riluttante, non ancora rientrato nella cerchia delle mie braccia. In piedi di fronte a me, con la fronte abbassata, egli piangeva senza lacrime la sua disperazione.
Poi la piena della confessione proruppe: la sosta nella luce della piazza, il civettare della straniera tante volte incontrata con occhio indifferente, l'invito, il turbine improvviso che lo aveva gettato nelle braccia aride del piacere, tutto egli confessava spietatamente, curvo alle mie ginocchia, chino sotto le mie mani pietose.
Gi parlava del suo amore come di un morto perduto: "Ti volevo tanto bene!"
Egli aveva stretto l'amore e il desiderio in un nodo cos serrato che sciogliere uno voleva dire per lui veramente sciogliere anche l'altro: "Se ho potuto tradirti cos  segno che non ti amo pi. Eppure mi pareva di amarti."
Aveva tradito invece l'amore, e l'amore lo abbandonava.
"Perch non mi odii? Ti ho dimenticata... perch non mi punisci?"
Soffocando ci che in me poco per volta moriva, di gioia senz'ombra, di fede senza sospetto, io cercavo le parole che potevano, magari illudendo, ridonargli la certezza dell'amore intatto.
Parole, solo parole potevo mormorargli, piana, materna, donna: parole che assolvono senza dirlo, che cancellano senza confessarlo.
"Non ti odio, ti amo ancora..."
Egli non accettava il perdono. Scavava sempre pi, rievocando con inconsapevole cinismo i particolari della tentazione, quell'abisso che il silenzio solo poteva ancora colmare.
Luci di follia passavano sul suo volto, vaneggiamenti dissennati turbinavano nella mente e nelle parole sconvolte: la crisi sensuale aveva lasciato in quell'anima ancora intatta residui che fermentavano avvelenando.
Ma al tocco delle mani che carezzando allontanavano il ricordo dell'altra, l'ira torbida cedeva. Le mani cancellavano l'impuro contatto di un'ora: egli certo ne riconosceva il velluto soave; ripreso, indugiava su le palme tiepide.
Dalla mano la bocca, gi imperiosa, saliva, ed io sentii che, in quel modo, egli ritornava: "Ti desidero... dunque ti amo ancora!..." L'amore per lui viveva solo acceso di desiderio.
Egli aveva udito le parole vere dell'amore e non le aveva ascoltate. Forse non le aveva nemmeno capite. Ma un bacio, ma una carezza, ma il contorno cedevole del corpo, lo persuadevano folgorandolo con la certezza dell'amore ritrovato.
...
Tristezza d'essere donna, di non potere come lui unire in un nodo cos stretto l'amore e il desiderio; di sentirlo diventato lontano, quasi straniero, nell'ora in cui pi mi tornava; di sapere che per lui, imprudente e assoluto, amare significava arrischiare tutta la posta nel gioco.
Quella sera aveva perduto, ed io lo avevo aiutato a rivincere. Ma il gioco poteva ricominciare.
Sul mio volto riverso due lacrime scesero, che Ugo non vide: le sentii rotolare lungo le tempie fredde, rotonde, di marmo.
Uomo, egli non capiva che in quel momento tutto in me insorgeva, con un gelo improvviso, con una subitanea ripulsione: l'attesa, l'ansia, il ritorno, la confessione, lo stesso perdono, e ci che per me era amore.
Uomo, non sentiva la ribellione imbavagliata della schiava che vorrebbe rifiutare il giogo, l'imperioso bisogno di dire di no.
Solo cos egli si sentiva perdonato.
Tristezza di non poter opporre un rifiuto senza perdere l'amore.


IL VELIERO IMPRIGIONATO.
Viveva con la piccola moglie e la numerosa figliolanza al di l del ponte sul Cassarate, nel cantiere di cui era direttore, in una casa che pareva, cos di legno e di vetro, provvisoria come le baracche dei "lingra".
Quell'ospedale di piroscafi malati o moribondi, che bisognava riparare o demolire, con le pancie verdastre messe a nudo, era di una funebre malinconia: il sto della conceria vicina la trasformava in nausea.
Ma in inverno, all'acre odore della concia si mescolava il profumo dei calycanthus, che nei giardini mettevano sui rami aridi la civetteria dei loro fiori di cera. D'estate, i prati confinanti erano colmi di lucciole e i profili dei battelli si perdevano nel palpebrante chiarore, come vascelli fantasmi.
I compagni di liceo di Genzano non amavano quel suo pap cos severo, ed egli non li amava: sapevano ch'egli era talvolta spietato con suo figlio, il quale gli assomigliava, ma si era avvezzato a ridere con loro. Genovese dal ciglio aggrottato, dalla bocca sprezzante e volontaria, egli gelava la loro pazza allegria di adolescenti. In casa il suo "mugugno" aveva creato un'atmosfera di trepidazione che faceva impallidire di orgasmo la piccola moglie.
Che cosa egli pensasse di quegli studenti, vagabondi per tante ore sul lago, nella jole dei canottieri: della ragazza soprattutto che timonava e limonava coi suoi compagni, corollario indispensabile di ogni loro scappata, i suoi occhi dicevano anche troppo chiaramente.
Non potendo evitarlo (la sede della societ di canottaggio era proprio nel recinto del cantiere) la fanciulla subiva, apparentemente disinvolta, il tacito biasimo dell'uomo, ma non appena la jole si allontanava dalla riva, scivolando sul crespo del lago, l'ira trattenuta esplodeva.
I vogatori ridendo aizzavano il femminile corruccio: ella segnava col busto, altalenando, il ritmo del balzo sull'acqua e chinandosi vedeva sfuggire il loro riso supino, nello scorcio delle teste arrovesciate. I remi si alzavano e ricadevano, frusciando come ali appena mosse.
Ma, se il riso si prolungava, facendola troppo stizzire, ella abbandonava la funicella del timone facendo sbandare l'imbarcazione. Oppure, quando una barca spuntava dirigendosi verso di loro, quando un battello-motore tagliava il loro cammino, sorniona ella dirigeva la voga verso l'ostacolo. Si sentiva vendicata, quando un grido si alzava a insolentire i vogatori. L'imbarcazione si arrestava di colpo e la bandiera azzurra, afflosciata, nascondeva il trionfante riso della fanciulla.
Nel sole nascente, nella fiamma dei rossi tramonti, essi si allontanavano felici dalle carene malate, dalla riva dove i giunchi si abbarbicavano al limo del fondo melmoso, dal"mugugno" del genovese.
Lo ritrovavano al ritorno, ad aspettarli sull'orlo della darsena, immobile e scuro in volto, come abbarbicato anche a lui al margine dell'acqua. Forse non si era mosso di l e li aveva seguiti, coi suoi occhi senza dolcezza.
Una sola volta lo avevano veduto sorridere. Era stato quando, in un crepuscolo capriccioso di marzo, i quattro vogatori e la timoniera avevano corso il rischio di affogare. Veramente egli li aveva avvertiti di non arrischiarsi sul lago, con quella "breva" che faceva rabbrividire la seta grigio-piombo dell'acqua. Ma non aveva detto: "Non andate". Aveva detto: "Io non andrei", e questo era bastato per far sorridere di compatimento i cinque adolescenti.
La jole era partita caracollando come un puledro e per un quarto d'ora la cosa era sembrata divertente; ma appena girata la punta di Castagnola, proprio davanti al giardino della "casa degli spiriti" fiammeggiante in primavera di rododendri in fiore, la danza leggiadra sull'orlo delle onde era diventata un'altalena da montagne russe. Nessuno dei cinque voleva confessare di avere paura ed anzi i vogatori si erano dati l'aria di fare una concessione, accingendosi al ritorno "per far piacere alla signorina". Ma in vista del cantiere l'ombra scura del padre di Genzano, ferma ad attenderli, li aveva fatti sospirare di sollievo.
La signorina aveva trovato anzi il modo di dire un'avemaria. Ma il padre di Genzano, lui, non diceva avemarie. Borbottava di soddisfazione, questa volta: era tempo che tornassero a casa un po' prima, senza vagabondare fino all'ora di cena. E quella smorfiosa, quella "scemetta" piena di grilli, che si trascinava dietro quattro galanti alla volta, se duravano ancora un po' a passeggiare sull'acqua, l'avrebbe avuta la sua doccia e si sarebbe rinfrescata a dovere.
Che quei quattro non fossero suoi innamorati, egli non lo metteva nemmeno in dubbio.
Non voleva credere quando suo figlio, qualche volta, accennava ai successi scolastici della "signorina", o diceva di lei un episodio gentile. Gi, secondo lui, il Liceo non era posto da donne: a casa, a far le lasagne, o a lavare i calzini dei fratelli, non a imparare le brutte parole nei vocabolari e a perdere le ore insieme ai maschi.
"Fosse mia figlia" diceva "Belle  ma mascha!". La odiava, quasi, e non passava sera che il suo nome non fosse pronunciato, a tavola, davanti al minestrone fumante, odoroso di basilico che in quello strano paese gli innamorati portavano all'occhiello, la domenica, o infilato nel nastro del cappello.
"E cos? Come va la vostra Morina?", chiedeva ironicamente al ragazzo quando non ne parlava per il primo. E rideva aspro, pronunciando quel nomignolo lombardo. "Un nome da gatta" diceva.
Una sera il figlio annunci: "Ho scoperto chi  il galante di Morina".
"Il galante?" derise il padre. "Vorresti dire che quei quattro che le stanno sempre dietro non sono suoi innamorati? E dove lo metti quell'altro che era con lei domenica? Ne ha almeno una mezza dozzina... Gi, 'a bella de Turriggia...".
Da allora, ogni volta che la incontrava o che ella veniva al cantiere, egli aveva cercato sul viso della fanciulla un segno di peccato che forse non c'era; il riso pareva innocente, su quel volto freschissimo, e gli occhi grandi e appassionati non erano ancora occhi consapevoli. Ma un segno di baci era quasi rimasto a far pi vivida la bocca: baci di adolescente, baci di primo amore.
Geri: era quello il galante, quel bel ragazzo che l'accompagnava tutte le sere a casa, quando tornava dalla scuola? Non aveva cattivo gusto, la piccina: ma non si vergognava di farsi vedere con lui a tutte le ore e di camminargli cos vicina?
"Se i tuoi professori non fanno finire questo scandalo, ci penso io. Tutto il giorno insieme, tutto il giorno insieme. Oh, ma  anche ora di smetterla!" E quando ella entrava nel cantiere, svelta, col suo pacco di libri che deponeva su un mucchio di rottami, egli fingeva di non vederla, voltandosi in l, col berretto a visiera calato sugli occhi aggressivi, con la pipa morsicata dalla morsa irosa dei denti. "Perch" diceva "gli prudevano le mani".
Gio, quando seppe che avevano sorpreso Morina e Geri a baciarsi e che il direttore li aveva chiamati per una ramanzina. "Era ora!"
"Ma Geri ha detto che la vuol sposare...".
"S... giuramento da marinaio... Lo sai il nostro proverbio?" e la sentenza infedele e spergiura cant nella lingua nativa.
In primavera, Morina non venne pi con i quattro della jole. Venne invece Geri, a pregare il suo compagno Genzano di accompagnarlo in canotto. Morina sarebbe stata al timone.
Il figlio ne parl al padre e il padre url, congestionato, parole volgari. Poi, il giorno in cui il ragazzo si preparava a dire di no, fece improvviso, brusco, senza guardarlo: "Gli dirai che va bene".
Cos li avrebbe avuti sott'occhio, quei due, e alla prima che facevano, altro che sposarsi, cara Morina! Una bella lettera al direttore, con tanto di firma, com'era vero che lui si chiamava Baciccia Genzano.
...
Primavera sul lago. Morina e Geri arrivavano al mattino prestissimo: mentre i suoi compagni si preparavano, ella, vestita di bianco, ripassava la lezione, seduta su di una barca capovolta. Poi i ragazzi entravano nella barca e aiutavano la fanciulla a sedere al suo posto, scambiando con lei rapide scherzose parole. La gioia di vivere che era in loro era anche intorno a loro, nelle montagne azzurre che si destavano.
Partivano nel giovane sole, tornavano dopo due ore, appena in tempo per entrare in Liceo; Morina camminava radiosa e ridente fra i due, con grappoli di glicine che aveva strappato alle cancellate ed ai muriccioli delle ville, ancora addormentate in riva al lago. Un giorno aveva voluto approdare alla "villa degli spiriti", per cogliere quei rododendri accesi che nessuno aveva mai toccato.
Come una spia, o come un innamorato, l'uomo li sorvegliava da lontano, gi alzato a quell'ora. Quella primavera era cos dolce... nella notte chiara che non era ombra ma latteo pallore diffuso, non gli riusciva di dormire. O se chiudeva gli occhi, nel sonno plumbeo dell'et matura, era sempre lo stesso sogno che lo tormentava, la stessa allucinazione: egli era prigioniero; fuori il mare ciangottava contro la muraglia della prigione.
Ed egli riusciva ad evadere.
Poi si rivedeva sul mare, a bordo della Maria Schiaffino che era stata sua anni prima e che portava il nome di sua moglie: il bel veliero avanzava sulle acque e il vento cantava fra il sartiame e le vele gonfie.
Sveglio, l'attesa astiosa dei due innamorati colmava le ore di insonnia.
Ma verso giugno le vogate cessarono. " malata Morina?"
"No, ma non possono pi farsi vedere insieme. Il direttore li ha minacciati di bocciarli alla licenza, se li pesca".
Poi, un altro giorno: "Oggi Morina ha pianto".
Forse, intorno alla bocca vivida, quel pianto aveva cancellato il segno dei baci.
Nella sera il canto sovrano delle rane si alzava tristissimo; il lago si addormentava cullato da quella ninna-nanna monotona. Le sue donne e il figlio uscivano, attirati dalle musiche degli alberghi, dallo scintillo dei cinematografi. Egli rimaneva solo.
Che cosa diceva in quell'ora il suo mare di Liguria? Cantava in sordina, accompagnando le parole degli innamorati. Ombre scendevano sugli scogli, pi vicine, pi vicine; sulle pietre ancora calde, sull'arena che la brezza notturna raffredda a poco a poco.
Che cosa diceva in quell'ora, il lago di Lombardia? Si era destato. Cantava in sordina, accompagnando i baci dei due innamorati: baci di adolescenti, baci del primo amore... Per chi, se non per loro, l'ombra voluttuosa, il profumo del fieno, il canto notturno del lago?
L'uomo riconosceva le voci.
"Morina".
"Mio amore...".
Avevano elusa ogni sorveglianza, si parlavano, forse per l'ultima volta, protetti dall'ombra delle carene.
"Sai che il direttore mi aspettava?" diceva la tintinnante voce giovanile. "Forse voleva vedere se uscivo. Ma io gli sono passata proprio sotto il naso, nel momento in cui guardava da un'altra parte".
"Come farai per il ritorno?"
Certo la fanciulla si stringeva pi vicina a lui. "Non so. Vorrei rimanere qui, con te. Non  bello forse? Nessuno ci vede...".
"Potrebbe vederci il pap di Genzano".
Una pausa, un gelo al cuore. L'uomo aspettava la sua sentenza.
"Il pap di Genzano!" oh cara voce d'innocenza. "Tu lo credi ancora cattivo, il pap di Genzano? Ma non  vero, sai? Non ti sei accorto che adesso ci vuol bene?  forse l'unico che ci vuol bene in questo brutto paese...".
Il ragazzo mormor qualcosa che l'uomo non intese.
"Geloso!" rise la fanciulla. "Geloso di un vecchio!... Ma, vedi, non so perch, mi fa tanta pena. Lo sapevi che  stato comandante di una nave? Ha girato tutti i mari... Aveva anche un veliero che si chiamava... aspetta... ah, la Maria Schiaffino. Poi gli hanno offerto questo posto: su un lago, pensa, un catino d'acqua in confronto del mare... Come deve sentirsi prigioniero fra queste montagne! Mi ricorda quei velieri chiusi nelle bottiglie di vetro. Anche loro mi fanno pena: vorrei poterli liberare, rompere la bottiglia e metterli a galleggiare sull'acqua... Non galleggerebbero, dici? Ma allora non dovrebbero nemmeno chiuderli. Non c' niente di pi triste di un veliero imprigionato".
Forse aveva appoggiato la testina sulla spalla dell'innamorato: chiss, forse vedeva un grande veliero avanzare libero nel vento.
L'uomo di cui ella aveva detto: "mi fa tanta pena" piangeva, non visto, poco discosto da lei. Piangeva per quella prigione che la voce ancora infantile aveva reso a un tratto angusta e opprimente: prigione di montagne chiuse, di carriera finita, di legami infrangibili. Nostalgie della notte d'estate, sogni, struggimenti, rimpianti... la giovinezza, il mare vicino agli scogli, e una piccola Morina, allora, accanto a lui, una Morina che si chiamava Maria Schiaffino, che aveva diciassette anni e che non era ancora sua moglie.
Giocondo e libero, allora, il veliero della sua vita. Il vento cantava fra il sartiame e le vele.
"Morina,  tardi".
La fanciulla doveva avere rabbrividito nel vento improvviso e fresco della notte, perch l'uomo ud il compagno chiedere premuroso: "Hai freddo?" "Ho paura" rispondeva la voce gi sonnacchiosa, e ancor pi infantile nel sonno. "Come far a tornare a casa? Il portone sar chiuso e dovr suonare. Avevo promesso alla signora di tornare subito...".
"Non importa, andiamo,  tardi".
Si avviarono nell'umidore gracidante del prato: egli li vedeva allontanarsi, piccole larve bianche nel pallore della notte estiva.
Allora, per quella bimba che aveva avuto piet di lui, prigioniero senza speranza di evasione, per quel ragazzo ch'ella amava e che forse un giorno avrebbe pianto anche lui, alle parole di una giovane Morina disperatamente amata, egli ebbe uno slancio di impensata tenerezza.
Finse di camminare nel buio, di giungere dalla casa; toss, raschi la voce, riconoscibilissima; accese a un cerino la pipa, in modo che il breve lampo illuminasse il suo viso di "mugugnone".
Poi usc dall'ombra accanto a loro, che lo attendevano uniti, e un po' sgomenti per ci che avrebbe detto.
"Ancora fuori a quest'ora, ragazzi?  tardi. E domani avete l'esame.
A nanna, figlioli. Vi accompagno io".


LE CALZE DI ORGANZINO.
Poich  studentessa e deve vivere sola, in una camera d'affitto, all'ultimo di sette piani arrampicati a raggiunger l'altana frusciante di colombi, odorosa di cedrina, ha scritto con la insolente scrittura ad angoli acuti, sul frontispizio di tutti i suoi libri, un motto che ha fatto allibire la mamma: "Vivere ardentemente".
Vent'anni. Squillanti come una gioiosa fanfara che ha tra le note dolci dei flauti e dei clarini un clamore troppo alto di ottoni laceranti.
Ora si allineano, i libri segnati dal motto baldanzoso, in fila sul piano del cassettone. Davanti, una scatoletta di cipria e qualche minuto oggetto di vanit femminile.
Ma che malinconie, le prime sere, in quella camera, sotto la fredda luce della lampada, ch'ella non si decide a spegnere, pur non confessando a se stessa di aver paura del buio. Chiusa la porta, visitato per precauzione l'interno dell'armadio, sollevato con cautela un lembo della coperta, buttati in furia gli abiti qua e l, ecco l'insonnia con la nostalgia di mamma, con le prime lacrime dignitosamente ringoiate.
Si pu avere vent'anni e scrivere sui propri libri tutto un programma di rischio e di sfida; si pu vivere, a vent'anni, con un miraggio di indipendenza orgogliosa; ma vien pure il momento in cui quei vent'anni non pi affocati, non pi ribelli, cercano piangendo il cuore della mamma.
La mamma  lontana. Anch'ella veglia, con gli occhi spalancati nel buio, e il cuore le duole con quella spina piantata nel profondo, con quel motto che fiammeggia pericolosamente, sul frontispizio dei libri che hanno portato via la sua bimba.
Per il momento, per, nessun pericolo in vista. Unico pericolo, la solitudine, le ore di lotta e di incertezza fra il desiderio di tornare a "far la signorina" e quello di rimanere a "far la studentessa". Tornare vuol dire rinunciare per sempre ai sogni di indipendenza, vuol dire l'attesa di un marito, che forse non verr, nella casa dove babbo e mamma invecchiano volendosi ancora bene. Vuol dire abdicare a un destino, ancora impreciso, ancora indistinto, ma che le dilata il cuore di impazienti desider.
Rimane. Sopporta le querule confidenze della padrona di casa, l'isolamento dei primi giorni, in quelle aule della vecchia universit cui i banchi ad anfiteatro, brulicanti di giovani, non riescono a dare un po' di gaiezza. Conosce, giovane e donna, la tristezza di vivere sola, i ritorni senza gioia nella casa straniera, il senso di disgusto della porta che si apre sulla camera stretta, bassa, equivocamente elegante. Affoga la noia corrosiva dei pomeriggi domenicali in stupidi films.
Ma alla mamma le sue lettere narrano solo la gioia delle cene, preparate sul fornelletto a spirito, la pace delle sere passate in un baleno a leggere o a studiare, (oh lunghe, lunghe ore, invece, sola nella casa silenziosa, poich la padrona ha la passione del cinematografo e gli altri inquilini rincasano tardi).
"Tu vedi, mamma - dice una sua lettera - come sono saggia e come ti sei inutilmente spaventata per quel "vivere ardentemente" di cui ho fatto il mio ex-libris e il mio programma di vita. L'unica cosa ardente , per ora, la sigaretta che mi permetto dopo cena (unica davvero, per economia). Pensa che, per esempio, non mi  venuta ancora una volta la tentazione di uscire la sera. Pure potrei farlo: ho la chiave di casa e quella del portone, che la padrona mi ha consegnato con la massima naturalezza fin dal primo giorno, forse perch sapendomi studentessa mi credeva molto pi emancipata. Ma credo che finiranno con l'arrugginire del tutto, talmente ho poca voglia di usare - tu lo chiami abusare - della mia libert. Sei contenta, mammina?"
 vero. Eppure c' stato anche quello, nei suoi sogni di indipendenza: il sogno di uscire la sera, come i suoi fratelli che il giorno dopo parlano di teatro, di amici, di variet; il sogno di entrare in quei caff luminosi dove la gente si pigia in un alone di fumo.
Il frutto proibito, ora, non la tenta pi.
...
Ma la colpa  delle calze di organzino. Bellissime, lunghe, luccicanti come serpi bionde, esse sono destinate alle "occasioni straordinarie"; pure talvolta, la sera, quelle calze piegate nel loro involucro lucente la invitano, con una occulta forza di seduzione cui  difficile resistere.
Sciolte, sulla coperta del letto, si allungano subito, flessuose e morbide. La mano, tutto il braccio, sotto la loro trama acquista una lievit trasparente e calda, cosparsa di impalpabile polvere d'oro.
E una sera non  pi solo la mano a rivestirsi di quella polvere d'oro.  il piede, prima, e le vene azzurre affiorano come un ricamo sulla trama serica; poi la gamba, pi rotonda nella guaina che la fa lievemente morata, quasi appena baciata dal sole.
Si accompagnano, quelle magnifiche calze, alle scarpe pi ricche, al vestito pi vaporoso. E quando  cos rivestita ed ha incipriato il volto sotto l'ombra del cappello, lo specchio rimanda l'immagine imprevista di una Cilli non ancora conosciuta: chi le ha insegnato a ombrare cos le palpebre di lapis azzurro? Chi le ha detto che la bocca, sottolineata di rosso, acquista una carnosit ambigua e seducente?
Fiorisce la sua immagine, radiosa di giovinezza. Per non uccidere quell'immagine di s, tutta bella e tutta nuova, ella osa il gesto di prendere le chiavi, non mai adoperate.
...Le dieci: l'ora delle falene. Battono abbacinate contro le vetrate chiuse, attratte dal lume. Chi veglia alza il capo per seguire quei loro voli affannati, per ascoltare quel loro battito ostinato che chiede, per placarsi, la luce. Uscita dai vicoli, Cilli trova la luce. E gente. E musica, che giunge ad intervalli, or languida e carezzevole, or gaia e rumorosa.
Chiuse, le vetrine davanti alle quali di giorno ella ama indugiare: sete, tappeti, libri, oggetti di lusso e d'arte; aperte invece, e tutte ingioiellate di luce, le grandi vetrate dei caff, dei dancings, dei cinema.
Ma non osa entrare, e se qualche uomo si china a fissarla, o si ferma per seguirla con lo sguardo, un brivido di compiacenza e di paura la folgora tutta, lei che si  sempre vantata di non dare importanza ai complimenti degli sfaccendati; che sa passare di pieno giorno, indisturbata, in mezzo alla folla.
Ma non c', di giorno, quel ritocco a dar valore alla figuretta ancora acerba, non c' quel mantello da cui spunta la balza leggera del vestito: quelle scarpe a tacco cubano, alto e stretto, a listini di pelle un poco luminosa, sono pur scarpe da ballo.
Per questo colui che le rivolge la parola, sul punto di attraversare la strada, la crede in cerca di un accompagnatore per il dancing che apre di l le porte di marmo nero, percorse da guizzanti serpi luminose: "Badate, c' un'automobile" e la ferma, appena in tempo, in bilico sull'orlo del marciapiede.
Poi, mentre a fianco a fianco attraversano la via ed egli accorda il lungo passo sul passo breve di lei: "Sola?" chiede, e prima che ella abbia il tempo di rispondere, soggiunge: "Ora che vi ho portata in salvo non vi lascio pi".
Collera, stupore, vergogna, umiliazione, soffocano la giovane donna.  sul punto di alzare una mano, di gridare: "Ma sono una ragazza per bene. Mi lasci stare", poi, poi abbassa lo sguardo alle calze trasparenti, alle scarpe lucenti che le fanno un agile piede di danzatrice e vede, riflessi negli specchi incastrati fra le grandi porte di marmo, due occhi bistrati, una bocca rossa sul viso pallido di una Cilli nuova.
No, non  possibile rispondere cos a quel giovane che le riderebbe sulla faccia. Ella non  una ragazza per bene, in giro a quell'ora, falena notturna attirata anche lei, come tutte, da quelle luci guizzanti. E il disprezzo di se stessa, in quel momento, le d uno scoramento cos profondo, un senso di smarrimento cos completo, un abbandono cos fatalistico al suo destino, che ogni reazione le  inibita.
Si lascia guidare dalla mano che le ha chiuso il gomito in una stretta quasi dolce, e non vede altro che scale e scale che scendono, scale lucenti come specchi, dove passano, neri fra tutto quel bianco, un uomo alto, sconosciuto, una donna piccola, conosciuta. Cilli.
...
Ha danzato. Stretta al compagno di cui non sa altro che la pressione quasi dolce delle mani grandi e il passo ritmico, perfetto, cadenzato sul suo, ha danzato per una due tre ore, in un oblo completo di se stessa, ubriacata di luce e di musica. Stanca, ora, addossata al divano, guarda come in sogno passarle dinanzi quegli uomini e quelle donne. L'ebbrezza passa. La piccola donna che ha, per una sera, danzato con un ignoto (spalle scoperte, gonna ondeggiante, gambe inguainate di organzino) cede a poco a poco. La vecchia Cilli ritorna. E, seduta su quel divano di velluto amaranto, davanti a quei fiori, a quelle coppe, a quell'uomo in sparato bianco che la fissa, aspro di desiderio, chiede la vecchia Cilli: "Ma chi mi ha portato qui?"
"Ecco" dice la vecchia Cilli. "Quest'uomo, dopo avermi stretto nelle sue braccia, vuol conoscere il sapore dei mie baci. Potrei seguirlo. E tornare qui domani. Lasciare i miei libri. E vivere, ecco, s, vivere ardentemente".
Fiammeggiano, le insolenti parole, cos come ella le ha scritte sul bianco frontispizio dei suoi libri. Sfolgorano sulle pareti di marmo, singhiozzano nel ritmo della musica, spumeggiano nella schiuma dello champagne. Vivere ardentemente Non  questo che ella ha voluto? Non significano forse questo, le stolte e pericolose parole, per lei donna; non significano dunque entrare in un mondo dove l'amore brucia, dove la passione travolge, dove il vizio corrode?
E quel pallore che ha coperto il viso della mamma, il giorno in cui le ha trovate, sui libri della sua bimba. Cilli ha voluto spiegare, ma la mamma ha detto di no, di no, ed ha chiuso con la dolce mano ferma la bocca alla bimba "che non sa ancora".
Ora sa. Ha visto. Eccolo il rogo che val la pena di accendere, in cui gi bruciano tutte quelle figliole che danzano e danzano, per pagarsi la cena, per pagarsi la camera, per mantenere un figliolo. Lei, lei sola, la Cilli della mamma, per "vivere ardentemente".
Allora quell'uomo che non  riuscito quasi a farla parlare, ode il suono della sua voce: "C' l una bionda che muore dalla voglia di ballare. Volete farle fare un giro?" Poi, com'egli indugia, incerto: "Ve lo permetto, s. Vi aspetto qui".
Scale e scale che salgono, scale lucenti come specchi, dove non c' che una piccola donna che fugge mentre la musica, inghiottita, si allontana sempre pi.
Il buio la riassorbe, la fascia di silenzio, calma il battito del cuore. Vicoli e vicoli, ombre che passano, che si voltano a guardarla. Poi, finalmente, il portone che si apre, che si richiude con un rombo, destando gli echi della casa addormentata.
...
Quando, infantilmente, con grandi singhiozzi, ha chiesto perdono alla mamma che dal ritratto la guarda seria, quasi triste, depone l'abito leggero, lava il bistro ed il rossetto.
Ma quando si accinge a togliere le calze (luccicano intorno alle gambe che hanno danzato per ore ed ore e sotto la loro trama la carne acquista una lievit trasparente: le vene azzurre affiorano, come un ricamo), qualcosa la fa sorridere, come un segno di liberazione.
Sull'orlo impalpabile delle calze di organzino, dalla caviglia al ginocchio, una sfilatura corre, irrimediabile ormai, sottile come una graffiatura, precisa come una ferita.


LA GELOSIA.
Ci hanno accompagnato tutti alla stazione ma io li ho pregati di non entrare e soli, Stefano ed io, ci siamo avviati al treno.
I rimasti devono avere, l fuori, sul piazzale della Stazione, l'aria compunta e sollevata insieme di quelli che hanno accompagnato qualcuno al camposanto e veramente io sono forse una morta, una morta con le mani piene di fiori, con le labbra livide sotto la pennellata del rossetto. A Roma, io ho visto dei morti che mi rassomigliano, composti sul catafalco tra i fiori e le corone, col volto irriconoscibile sotto il gesso e la biacca, con arcuate sopracciglia passate al nerofumo e bocche vivide fra tutto quel bianco. Terribili. Mi hanno spiegato che  un uso antichissimo e che a tutti i morti importanti gli inumatori compongono quella spaventosa maschera spettrale.
Seduto di fronte a me mio marito non si accorge del mio volto, tanto diverso da quello di una sposa in viaggio di nozze; il suo viso di fanciullo non riflette in questo momento che una viva sollecitudine per le nostre valigie: belle valigie di cuoio bruno che fra qualche settimana saranno istoriate di etichette: Zurigo, Monaco, Dresda, Berlino.
Io sono stata per lui una cos strana fidanzata che nemmeno in questo nostro primo isolamento egli osa la carezza che i miei sensi temono. Come sempre,  solo la mano ch'egli avvicina alle sue labbra, forse un poco pi a lungo: la mano inerte che altri ha divorata di baci e che quasi compenetrata e materiata di quell'ardore, brucia sempre un poco, da allora, nella palma troppo calda.
Altri. Lontano, perduto, non pi ritrovato.
Amer Stefano? Egli  cos bello, cos giovane, ed  tanto innamorato... Sapendo forse che non lo amavo d'amore, egli non ha esitato a chiedere la mia mano; pur ignorando quale passione ha devastato la mia vita, ha sentito che ho sofferto e questo gli  bastato per accendere la sua fantasia, per illuminare di poesia la sua dedizione. Ed io ho promesso di amarlo.
Con quale tenerezza, mentr'io chiudo gli occhi cercando di dormire, di non pensare, egli si curva sulle mie ginocchia, coprendole perch non abbia freddo. Seguo con le palpebre chiuse i suoi movimenti silenziosi: il frusco della tendina sui vetri, lo scatto dell'interruttore, tutti i preparativi per il mio sonno ch'egli veglier, senza chiedere una carezza riconoscente, una stretta pi calda. Sotto le palpebre chiuse la piet riempie i miei occhi di lagrime.
La mia incoscienza ora mi appare crudele, crudele verso quest'uomo che non chiede per i suoi baci altro che la mia mano sulla quale, per la seconda volta, un anello brilla.
 bellissimo, l'anello di nozze che mio marito ha scelto per me: un cerchio appiattito di pietre preziose appena legate fra di loro da un nastro di platino, ma anche l'altro non era brutto, con quell'acquamarina limpida e infida come gli occhi di quello che me lo aveva donato.
Come stringeva intorno all'anulare! Ricordo che quando lo tolsi e lo restituii, rimase a lungo intorno alla carne il segno di quel cerchio: la mano, senza la gemma, pareva quasi orfana ed io istintivamente la nascondevo come una cosa nuda.
...Mi sveglio a Gschenen: Stefano, pallido come i bambini quando non hanno dormito, ha veramente custodito il mio sonno e sorride, con quella tenerezza profonda che  il suo maggiore incanto.
Questa volta sono io che gli sfioro con la bocca una mano, facendolo ancor pi impallidire...
...
A Zurigo, Bahnhofstrasse, mio marito ha fissato le camere in un albergo elegante e silenzioso. La citt fuori  allegrissima e il profumo dei suoi tigli, nella sera primaverile, giunge fino alla mia camera che ha un davanzale fiorito di gerani rosa. Il cielo  sgombro di nuvole, quasi verde laggi verso l'Italia, ed un ritmo felice, di rumore e di folla sale dalla strada, in cui i negozi accendono le loro prime luci.
Come mi piace Zurigo; come mi  stato facile qui dimenticare ci che temevo di non poter dimenticare mai!
Fuori della casa dove un altro ha baciato le mie mani e la mia bocca, dove con un altro ho sognato una vita d'amore, ho potuto abbandonarmi all'innamorato ardore di Stefano con una confidenza e una facilit di cui mi stupisco.
Forse sono le sue mani buone e leali che hanno medicato la ferita ch'io credeva insanabile. Io godo di sentirmi ancor giovane e bella vicino a lui: ieri sera, quando siamo scesi insieme nella grande sala da pranzo e la vetrata si  spalancata sulla sua asciutta figura, sulla mia squisita eleganza, agli sguardi di ammirazione che ci hanno accolti e seguiti, io ho capito che godevo di sentirmi sua.
Solo un'ombra oscura il suo sorriso di fanciullo quando alla domanda "Mi ami?" io nascondo il capo sulla sua spalla senza rispondere. "Non sai dirlo?" e come scuoto la testa, egli mi stringe pi forte: "Mia orgogliosa...". Oh, non  l'orgoglio che mi chiude la bocca, non  il sentirmi, com'egli dice "tanto superiore a lui".  in quel momento, il ricordo di quel "Ti amo" ch'io dicevo nelle braccia di un altro, singhiozzando di passione. Pu una donna amare due volte cos?
Gli dico, umile e tenera: "Ti voglio tanto bene" ed egli si vince, mi sorride, quasi chiedendomi perdono: "Ti amo, io". I suoi occhi sono cos pieni di passionata dedizione, che un nodo mi stringe alla gola. Ma perch in quel momento gli imperiosi occhi acquamarina mi balenano nell'anima, mi penetrano come una lama il cuore, mi tolgono per un attimo ma spaventosamente la percezione esatta di chi sono e di dove sono?
Un attimo. S'egli appena mi sfiora la mano gli occhi si spengono, come fiammelle consumate.
...
Ho lasciato Stefano in albergo: egli sa che mi piace camminare sola quando il tramonto illumina le case, e a malincuore mi ha vista prepararmi per uscire. "Tu farai dire al concierge che io non amo mia moglie e che la lascio girovagare per le vie di Zurigo" egli dice allacciandomi la volpe intorno alle spalle. Ma io gli chiedo cos freddamente: "Davvero ti preoccupi di ci che pu dire il concierge?" che egli tace e arrossisce come un fanciullo. Per farmi perdonare mi alzo in punta di piedi fino alla sua bocca.
Bahnhofstrasse , come sempre in quest'ora affollatissima, e le sue vetrine raffinate, le sue gloriose mostre di fiori mi fanno indugiare a lungo con richiami ai quali, come sempre, non so resistere.
La presenza di Stefano offuscherebbe questo mio piacere: godo di essere sola e di vagabondare cos, senza meta, nella citt quasi ignota, nella sera quasi calda: la volpe mi pesa sulle spalle; l'aria  cos dolce, cos inzuccherata dal profumo dei tigli che mi stordisce un poco. Mi illudo di essere in Italia.
Accanto a me, incontro a me, il fiume della gente rifluisce incessantemente. Giunge da non so dove,  diretto non so dove. Le luci delle vetrine mi mostrano i volti di cui  composto, volti di ignoti che mi fissano un istante o che passano assorti. Quanti volti giovani!
Per la prima volta mi avvedo di quello che non avevo mai osservato, troppo assorbita dalla presenza di mio marito o troppo stanca per le visite ai musei e per le escursioni. Mi accorgo che Zurigo mi piace, che Zurigo  allegra perch  composta di tutti questi giovani che ridono e che si tengono a braccetto, a tre e perfino a quattro; di queste fanciulle che passano con racchette o con fasci di fiori: adolescenti coi berretti multicolori dei "Gymnasium", fanciulle con caschi originali e riccioli gi per le spalle.
I caff ne sono pieni, le pasticcerie rigurgitano, le loro voci allegre si incrociano sui marciapiedi, si rincorrono, superano il bruso dell'altra gente e lo strepito dei veicoli. E il profumo, il contagio di questa giovinezza  pi possente dell'aroma dei tigli in fiore.
Sembra che tutta la giovinezza del mondo si sia qui incontrata, si sia qui data convegno per studiare insieme. Per studiare e per amare.
Fuori della Bahnhofstrasse le coppie escono dalla folla come rivoli dal fiume e si avviano a passi lenti; i parapetti della Limmat, le strade suburbane ne sono piene e pi la citt affonda nel buio, pi si allontana verso la campagna o sale verso le colline, pi le coppie sembrano moltiplicarsi. Me lo avevano detto che Zurigo era la citt dell'amore, che qui l'amore trionfava, convenuto da tutto il mondo sui banchi delle Universit e nei pensionnats. Chi me l'ha.detto?
Sei tu, lo so. Sei seduto accanto a me, nel salotto della mia piccola casa, tu coi tuoi occhi imperiosi, col tuo sorriso cattivo. Siamo fidanzati segretamente da due anni: mi hai donato un anello ch'io ho detto regalato da una mia amica e che mi stringe l'anulare.  verde come i tuoi occhi.
Dici di amarmi e mi tieni mesi e mesi senza una tua parola: quando torni alla nostra citt mi avverti di trovarmi nel tal posto, come un padrone, Cento volte ti ho chiesto la mia libert, per non morire, e cento volte me l'hai negata. Studi a Zurigo: ti diverti, mi dicono i tuoi amici; hai una piccola amica che si chiama Germaine. Nelle tue lettere, quando qualche volta mi scrivi, mi parli delle tue conquiste, del denaro che hai perduto, con una sincerit crudele che mi ricorda il lampo dei tuoi occhi. Ed io ti attendo, paziente, sottomessa; a te, s, dico: "ti amo", schiava non pi orgogliosa, finch, dopo mesi di silenzio, io so un giorno che sei partito, che sei fidanzato, che ti sposerai, e che hai detto di me ai tuoi amici: "Non si sposa una donna che ci ama cos". E allora, poich non posso uccidermi, perch mia madre morrebbe con me, resisto agonizzando finch Dio mette sul mio cammino il volto di fanciullo di Stefano.
S, tu hai detto a me un giorno, poich io ti chiedevo se era vero che a Zurigo tu avevi una piccola amica che si chiamava Germaine, tu hai detto con un sorriso fatuo che era un insulto al nostro amore: "Che cosa vuoi farci... Zurigo  la citt dell'amore".
Ritta contro il parapetto della Limmat che non riflette ormai pi il cielo, tutto scuro e senza stelle, io ascolto la tua voce che ancora una volta dilania e morde. Quelle coppie che passano siete voi, tu e Germaine; quel giovane che si ferma, che si china sulla bocca protesa sei tu. Ho annullato i cinque anni che sono passati fra il tuo abbandono e il mio matrimonio: io sono qui, fuggita dalla mia casa di allora, arsa di gelosia.
La gelosia. Tu sai che non ne ho sofferto, allora. Avevo messo il mio amore cos in alto, lo avevo purificato attraverso una tale attesa, penetrato di una tale dedizione che solo la tua felicit contava e non la mia sofferenza. Non pi amante ma quasi madre, cercavo di bandire tutto quello che egoisticamente poteva ricordare a te un mio diritto o una mia imposizione. E la paura di essere egoista era tale ch'io era arrivata a sorridere - triste sorriso di rinuncia - quando mi parlavi delle tue "conquiste".
Ma come le immaginavo io, se allora non soffrivo ed oggi soffro di vederle concretate qui, in queste coppie allacciate? Germaine era cos, dimmi, come questa ragazza bionda che mi sfiora e ride di me con l'amica, come quell'altra che gorgheggia innamorata, come le altre quasi bambine, che passano coi loro compagni adolescenti?
La gelosia. Ero fiera di non averne sofferto, come di una vittoria del cuore sull'istinto, e se ripensavo all'amore che ti avevo dedicato per tanti anni mi dicevo che almeno una sofferenza mi era stata risparmiata.
Oggi io soffro, nella carne e nell'anima, di una gelosia retrospettiva che  pi terribile perch  pi inutile.
"Se avessi saputo!" Questo pensiero mi tormenta. Se avessi saputo non ti avrei atteso con quella rassegnata pazienza che mi ha allontanato dal tuo cuore: forse avrei trovato la forza di strapparti da qui.
Il cielo  tutto nero ora, un vento caldo scuote i platani, una stanchezza mortale mi piega sul parapetto della Limmat.
Mi sento vecchia in mezzo a tutta questa giovinezza che si allaccia fra i platani: una distanza enorme, colma di tanto dolore, mi separa da lei.
Come superare questa distanza, come tornare la giovane compagna che Stefano ha voluto far sua? Stefano... mio marito.. l'albergo...
...
Come in sogno mi ritrovo in Bahnhofstrasse: solo i restaurants e i caff sono aperti, ma le altre botteghe hanno chiuso le saracinesche e la strada non  pi cos affollata e cos rumorosa. I tigli stormiscono dolcemente al vento caldo e soffocante del fon primaverile.
Il concierge mi vede arrivare da lontano e mi viene premurosamente incontro. " successo qualcosa alla signora? La signora ha l'aria sofferente. Il marito della signora ha chiesto molte volte di lei". Mi lascio accompagnare all'ascensore e salgo nella gabbia silenziosa, affondo senza rumore i piedi nella felpa rossa dei tappeti.
In piedi, di fronte alla finestra spalancata, colma di gerani rosa, Stefano mi attende.
Vedo sul suo viso le lagrime che la mia assenza ha strappato e il suo volto  quello di un fanciullo che hanno abbandonato solo in un albergo di una citt ignota.
"Quita!"
Come ha potuto riconoscermi? Lo specchio che riflette il mio volto mi rimanda l'immagine di una ignota spettrale, che assomiglia non a me ma a uno di quei terribili morti di Roma. Come ha potuto riconoscermi?
Egli  accanto a me, con la testa affondata nelle mie ginocchia e singhiozza come un fanciullo di gioia e di angoscia insieme. "Quita mia... ho fatto chiedere di te tante volte. Sono uscito a cercarti, sono rientrato perch ero sicuro di trovarti qui. Dove sei stata? Che cosa hai fatto?".
"Nulla". Non so dire altro. La mia mano accarezza macchinalmente i suoi capelli, la mia mano sulla quale due anelli si sono avvicendati e l'altro lontano stringe pi di questo, che brilla con le sue gemme.
"Non  vero, non  vero. Sento che c' qualcosa. Che c' qualcuno. Chi hai visto?"
Si alza, mi domina con la sua dritta figura, coi suoi occhi, asciutti ora e quasi cattivi.
"Tu hai visto qualcuno, Quita".
Stringe i miei polsi che dolgono; vorrei gridare e ribellarmi ma qualcosa di dolce e di acre nasce in me da quella stretta di maschio geloso.
Anche lui, dunque. Anche lui, nella citt dell'amore, sconvolto dal demone che sale dai sensi al cervello, che soffoca fiducie e certezze, che uccide la genuina gioia del possesso, che inquina di sospetti le carezze. Come me, ha vagabondato per le vie sconosciute, avvelenate dal troppo amore che  in giro, da quelle coppie allacciate sotto gli alberi in succhio, come me, a cercare, in un volto di donna, quella rassomiglianza ch'io avevo cercato in ogni volto d'uomo.
Ebbene, soffriremo insieme.
Mi stringo a lui come le fanciulle lungo la Limmat si allacciano al loro amico. Chiudo gli occhi, e mentre egli cerca sulla mia bocca la risposta al sospetto, io cerco nel ricordo lontano e nella gelosia recente l'immagine di colui di cui non guarir mai.
"Mi ami?"
"Ti amo."
 Stefano. Ma  anche l'altro, laggi, lungo la Limmat oscura.
Gli occhi acquamarina mi si accendono nell'anima, arroventandola.


UN MAZZO DI CHIAVI.
Nell'anticamera adorna, sulle quattro pareti, di allegrissimi mzzari genovesi, appeso ad un'assicella laccata di rosso, il mazzo di chiavi splendeva con un discreto luccicho d'argento, che pareva un richiamo e una promessa.
Come un grappolo tantalico ricordava agli amici di Serena Varenna quello che essi sapevano benissimo: vale a dire che la gentile amica era una bellissima donna, la quale passava le notti vedovili in un letto troppo ampio per una persona sola.
Donna Serena si muoveva pochissimo, la servit usciva e rientrava per la porta di servizio: il mazzo delle chiavi, minuscole come gioielli, rimaneva quindi per lo pi appeso al suo posto, "vivace simbolo della famiglia", non solo, ma testimone eloquente di una vita assai ordinata, casalinga, casta, senza desideri e senza scosse. Unica distrazione: il bridge o il ramin serale, ormai diventato cara ed insopprimibile abitudine.
Quando donna Serena accompagnava i suoi quattro "fidi" fino all'anticamera - (questo avveniva quando aveva vinto, ed era pi gaia - o meno triste delle altre sere), essi non fiatavano a proposito delle chiavi, accontentandosi di uno sguardo al sostegno laccato, certo per vedere se erano ancora al loro posto, e di un muto ma eloquentissimo scambio di occhiate.
Ma quando la bella signora, stanca, rimaneva distesa sul divano, dando loro la mano da baciare e dicendo con languida voce: "Miei cari, non vi accompagno. Ormai sapete da soli la strada per uscire", allora in anticamera era tutta una commedia in sordina. Una commedia o una tragedia, secondo i punti di vista.
Sospirava un poco Gigio Passalacqua, mentre si infilava il soprabito, si accomodava meticolosamente la sciarpa bianca intorno al volto di pagliaccio sentimentale. Era lui che aveva tirato in ballo il ritornello scolastico del "vivace simbolo della famiglia", e che lo canterellava, a esasperazione degli altri, sul registro della canzone in voga, soprattutto se era un tango a fondo malinconico.
Ma gemeva quasi, di desiderio e di rabbia rinboiata, Ermanno Sala - Ermanno il bello - cugino molto lontano, per parte del marito, della giovane vedova. Mentre Guido Roia e Mario Plessis, loro, ci facevano delle risate grandiose. Risate schiette, nei momenti di saggio ottimismo; risate verdi, quando donna Serena era stata particolarmente affascinante e il luccicho di quelle chiavi pareva accompagnarsi quasi ad un tintinno ironico, capriccioso, che fosse scherno ed invito insieme.
Nella sua passione non corrisposta, Ermanno aveva perfino pensato - da quel pazzo fanciullone che era - a rubare il tantalico mazzo: nelle notti di febbre, quando il desiderio fa martellare il sangue nelle vene e suscita immagini lusinghiere, egli era arrivato ad architettare tutto un romanzo. Le chiavi involate per poche ore, falsificate, riportate e rimesse a posto senza che nessuno se ne avvedesse. Lui, trepidante, silenzioso, tornato di notte per le scale, ahi, troppo note. L'appartamento immerso nella pace notturna, Donna Serena addormentata nel grande letto trapuntato di rosa, ah troppo bella, nella luce della lampada velata. E la timida carezza alle dolci forme, e l'improvviso bacio...
Qui occorre dire, a onore del vero, che l'accesa fantasia del bell'Ermanno a tal punto faceva un prudente "macchina indietro", spaurito di ci che sarebbe seguito a quel primo bacio. Ma in ogni modo quei sogni pazzeschi turbinavano, in certi momenti, sconvolgendogli la ragione ed i sensi: e gli amici che sapevano la silenziosa passione, pur ignorando questi sogni l'aizzavano deridendola; e la bella signora che l'aveva suscitata la rinfocolava - ignara o civetta - facendosi ogni giorno pi seducente, in quelle sue vesti che variavano e attenuavano la sfumatura luttuosa, passando ogni giorno pi dal viola al lilla, e dal lilla al rosa.
...
Ebbene, proprio quando il rosa, alla luce delle lampade, parve cos tenue da sembrare addirittura bianco, e bionda in tutto quel candore, candida in tutto quello splendore, Serena apparve ai quattro fedeli come una squisita immagine di sposa giovinetta, capit al bell'Ermanno la pi impensata delle avventure.
Gi, si era accorto che quella sera donna Serena aveva qualcosa di diverso: pi bella, certo, in tutto quel chiarore, ma anche pi donna. Con una luce strana negli occhi, che non poteva essere solo il riflesso delle perle; con un sorriso nuovo, quasi provocante, ed un "maquillage" perfetto. Desiderabile creatura, cos giovane da far pensare alla sua solitudine come a una cosa mostruosa. Possibile immaginare la fragile grazia di quella bella donna, senza il sostegno e la compagnia molto affettuosa di un marito o di un amante? Mai come quella sera Ermanno avrebbe desiderato di essere lui, quell'amante o quel marito.
Con lui - Ermanno Sala - non si poteva dire che donna Serena avesse civettato. Ma aveva per avuto, nelle parole scambiate con lui, una sfumatura tutta particolare di canzonatura gentile, che poteva anche nascondere una certa emozione (voi sapete che in queste cose basta pensarci su e ci si trova tutto quello che si vuole): una grazia monellesca nel prenderlo in giro per certa pretesa conquista da salotto; chiss? un lampo di gelosia negli occhi color pervinca.
Certo, Serena Varenna era stata adorabile, e pi che mai la latente rivalit dei quattro partners, accuratamente nascosta sotto la vernice della buona educazione e sotto la maschera del cameratismo, aveva minacciato di esplodere in parole aspre, in allusioni di cattivo gusto. C'era voluta tutta l'arte di donna Serena, "coquette" magnifica, per destreggiarsi fra quegli ottimi amici che avrebbero tanto volentieri dimenticato di essere dei gentiluomini, per ricordarsi di essere solo dei maschi, lanciati alla conquista di una bellissima donna.
Per dominare, forse, fino all'ultimo, quella rivalit imbavagliata, o per goderne femmineamente pi a lungo, donna Serena congedandoli li aveva accompagnati fino all'anticamera, e l essi avevano riso e scherzato ancora con l'amica, la quale, appoggiata contro uno dei variopinti mzzari, tutta bianca nel chiarore azzurro della lampada orientale, pareva veramente un'apparizione di sogno, un fluttuante fantasma di bellezza bionda.
E ancora, sulla soglia, avevano indugiato su quelle piccole mani tiepide, ingioiellate, che si offrivano al bacio.
A destra del battente interno della porta - Ermanno lo rammentava benissimo - il mazzo di chiavi anche quella sera luccicava discreto, ricordando alle bocche golose la fredda solitudine di quella creatura che sembrava, apparentemente, l'immagine della civetteria provocante.
In quale momento ella aveva trovato il modo di togliere dal sostegno il mazzo di chiavi, e di introdurlo, senza farlo tintinnare, nella tasca esterna del cappotto di Ermanno Sala?
Come fece per prendere i guanti, scendendo le scale, il giovane sent, riconobbe anzi, al solo tocco delle dita, le piccole chiavi di casa Varenna e tale fu la sua sorpresa che l per l l'avrebbe gridata ad alta voce. Poi una vampa, con la gioia, gli era salita dal cuore al cervello, facendolo quasi vacillare. Serena lo attendeva. Serena gli dava il modo di tornare su da lei. Dunque lo amava. Dunque aveva capito la tacita passione di tanti mesi. Dunque la condivideva!
Sbirci, un attimo, gli amici e si rassicur: essi non si erano accorti di nulla. Le solite facce un po' assorte e un po' assonnate, dopo l'eccitamento e il brio della serata; Gigio fumava la pipa inglese, con la sciarpa intorno alla gola; Guido e Mario discutevano. Avevano intanto gi scese tutte le scale si incamminavano per corso Italia.
"Qui bisogna ch'io trovi un pretesto per tornar su", rimuginava Ermanno fremente, accarezzando cautamente le piccole chiavi, nella tasca del cappotto. Diede, cos senza parere, un'occhiata indietro, alla casa di Serena: al terzo piano la finestra di lei raggiava come un dolce, come un ardente richiamo.
Ma tutte le scuse per lasciarli gli parvero stupide, cucite col filo rosso.
-- Non siete stanchi? Prendiamo un tass?
Nessuno voleva il tass, tutti erano arzilli e freschissimi, al tocco dopo la mezzanotte.
- Vai a casa tu, Gigio? Voi andate al Circolo?
Nessuno andava a casa, nessuno andava al Circolo: corso Italia era incantevole, la notte calda; Genova e il porto splendevano di lumi. Che cosa voleva di pi Ermanno per finire la piacevole serata?
Liberarsi di loro, ecco ci che voleva.
Come Dio volle - non seppe mai come - riusc a levarseli di torno. Li guard sparire nella tavernetta del Teatro (egli aveva pretestato il solito mal di capo e il bisogno di tornare a casa); fece di volo piazza Carlo Felice, di scoppio entr in una automobile pubblica. Il cuore gli si rompeva nel petto; gli pareva di morire e di potere, nello stesso tempo, conquistare il mondo. Venticinque anni e la pi bella donna di Genova! C'era da impazzire.
Apr, come tante volte aveva sognato, il pesante portone; senza far rumore sal le scale marmoree. Pianissimo, prudentissimo, tent la serratura con la piccola Yale lucente; silenziosamente l'uscio si spalanc sull'anticamera oscura. Odore di fumo, di profumo, di casa intima e nota, di donna cara. Oltre il salotto, egli lo sapeva, c'era la camera di Serena, e da quella camera veniva il filo di luce che lo guid nel buio.
...
Gi, appoggiati alla ringhiera di corso Italia, gli altri tre avevano assistito, ridendo, all'arrivo di Ermanno, alla silenziosa entrata di lui nel portico della casa. Il loro tass aveva corso pi del suo.
Il portone si era richiuso alle sue spalle, ma da un momento all'altro egli sarebbe riapparso e allora c'era da star in guardia, ch Ermanno, beffato ed esasperato, era una persona tutt'altro che comoda.
- Quasi per mi fa pena - confess Gigio, con la sua faccia di clown malinconico. - Povero ragazzo! Pensate alla scenataccia che gli sta facendo in questo momento donna Serena.
- Ma se era ancora alzata - si scus Guido, che era il maggior responsabile del cattivo scherzo. - Tutt'al pi si sar presa un piccolo spavento...
- Domani sera una porzione di sfuriata spetter anche a noi - sospir Mario.
- A te, Guido, soprattutto - precis Gigio. - Se donna Serena ha preso la cosa con disinvoltura, bene. Ma se dovesse serbarcene rancore...
- Che esagerazioni! - protest il colpevole. - E poi era tanto che volevo fare uno scherzo ad Ermanno. Quella sua passione ha bisogno di una doccia fredda... Scommettiamo che domani  guarito?
- Anche per donna Serena sar una piccola lezione - sentenzi Mario con un po' di rabbietta. - Non si lascia un mazzo di chiavi a quel modo, a portata di tutte le mani. No, Guido?
- E di tutti i desiderii!
- Per  stata magnifica - ammise Mario. - Dire che non se ne  accorto nessuno, nemmeno io che ti ero vicino. Come hai fatto, Guido, a staccare le chiavi senza che donna Serena se ne avvedesse?
- Un po' di destrezza, caro... Ma viene o non viene?
Non venne. Sentirono suonare le due al campanile di San Giuliano. Suon la mezza. Ermanno Sala non comparve.
Lo scirocco avanzava da Portofino, si mise a cader gi una pioggerella fine fine. Corso Italia luccicava umidiccio, nero di bitume. Gigio si tir su la sciarpa fino al mento.
Poi, quando anche le tre scoccarono nette, gelide, ironiche, si decisero al ritorno, silenziosi, a piedi: tass non ne passavano ormai pi.
In vista della Foce, Gigio inton sull'aria di un lugubre tango il solito "vivace simbolo della famiglia", ma un'occhiataccia degli altri lo fece zittire e la voce gli mor in gola.
Laggi, trionfante, luminosa, la vetrata di donna Serena ardeva, come una notte d'amore.


LA NINFA FUGGENTE.
Di tutte le statue adunate nel salone, vasto come una piazza, alto come una chiesa, la bambina non amava veramente che quella.
Le statue, pi bianche sul rosso delle pareti e delle stoffe, pi nude per il contrasto con l'oro delle cornici e con la scura patina dei mobili, vivevano una loro vita particolare, che diventava quasi allucinante quando i lumi non erano ancora accesi e il raggio languente del crepuscolo penetrava attraverso i vetri delle finestre altissime.
Se le compagne, che venivano a restituire un libro, a chiedere un compito, arretravano sulla soglia del salone, sgomente per quel mondo immobilizzato in gesti di desolazione e di preghiera, la bambina non aveva nessuna paura di "tutta quella gente bianca" e accondiscendeva talvolta a spiegare il significato di quei gesti, aggiungendo, come per rassicurare le piccole paurose, che la "sirena" non era altro che la stiratrice di faccia, la quale faceva a tempo perso la modella e che per il "franco arciere" aveva posato il fratello maggiore, quando aveva quindici anni.
Poi alle visitatrici, questa volta un poco incredule, mostrava con orgoglio i puttini e gli amorini di cui, pi piccola, ella era stata l'irrequieta modella e aggiungeva, esagerando: "Pap dice che ero la pi bella bambina del mondo".
Di una sola statua, la ninfa fuggente, ella non diceva, o non sapeva chi fosse stata la modella.
Dal piedistallo lucido, dallo zoccolo fregiato col ghigno di un satiro malizioso, il busto emergeva come un fiore. Il gesto della fuga era appena accennato dalle braccia, alzate ma troncate, dal torso piegato in avanti (e i seni adolescenti segnavano una ombra declinante cui il satiro sembrava ammiccare) dai capelli un poco allentati e come svettanti.
Ma il profilo, ma lo sguardo obliquo esprimevano terrore e la bocca si apriva in un urlo che il marmo aveva per sempre fissato.
La bambina sapeva la storia di quella ninfa, spiegata dalla mamma con caute, approssimative parole, ma, pi assai, intuita attraverso i racconti della mitologia che erano per lei ci che sono le fiabe per gli altri bambini.
Syringa, le piccole Driadi e Amadriadi, le sorelline trasformate in piante, in canne, in fiori; l'agguato, gli strilli, la fuga.
Un presentimento di femminilit nascente si mescolava al terrore tutto infantile per i racconti: il dubbio gi malizioso o la pietosa speranza che quell'agguato e quella fuga non fossero poi cos spaventevoli; forse appena il gioco di cattivi ragazzi nell'ombra e nella luce di un bosco.
Ma se la "ninfa fuggente" si illuminava di un raggio pi chiaro, quel grido impietrito la fermava di colpo. Gli occhi interrogavano pi intensamente, e il perch rimaneva senza risposta.
Allora pensava che per la Ninfa fuggente nessuno aveva posato; che una donna era forse veramente prigioniera entro quel marmo e qualcosa di spaventevole o di triste, ch'ella sola vedeva col suo sguardo obliquo, le aveva fissato per sempre in un grido la bellissima bocca.
...
Fu ritornando dalla scuola che la bambina ravvis in un volto di donna il volto della ninfa. Dalle aule delle Bernardine il vento festoso delle scolarette si era rovesciato nella strada fino allora silenziosa e i ciuffi d'erba fra i ciottoli, le ciocche di basilico alle finestre parevano palpitare a quel soffio.
Poi, di qua, di l, le case avevano ingoiato il turbine giocondo e di quel vento di primavera non era rimasta che la bambina, ferma dinanzi al portoncino verde della sua casa che, cos massiccia e isolata fra gli edifici borghesi, sembrava l'ultimo avanzo di un antico continente scomparso.
Al momento di rizzarsi sui piedini per raggiungere il campanello una voce femminile le aveva chiesto: "Abitano qui i signori Pini?" e come la bambina aveva assentito: "Suoner io per te. Sei tanto piccina!"
Poteva essere un'offesa per una bimba di dieci anni che si credeva la pi bella bambina del mondo, ma la voce era cos dolce e la donna cos bella, che l'impressione di offesa era diventata un oscuro sentimento di compiacenza.
Con l'occhiata in profondit delle creature intuitive e un poco precoci la bambina aveva visto subito la straordinaria bellezza della donna, la finezza estrema, la povert dignitosa, mascherata da un'apparenza di eleganza accurata; poi, mentre l'ignota saliva davanti a lei la scala di lavagna che dal giardino raggiungeva il portale, ella aveva potuto guardare meglio e aveva capito, senza poterne dire il perch, che quel miscuglio di cose contrastanti - l'oro vivido dei capelli e la balza sciupata della gonna, la stoffa ragnata dell'abito e la flessibile eleganza del portamento - formava un insieme ambiguo e affascinante.
La donna parlava con un erre strascicato, non italiano, che aumentava il fascino della voce gi ricca e dolce: "La signora Pini  la tua mamma? Avrei tanto bisogno di parlarle. Vuoi darle questo biglietto per me?" Poi era rimasta ad attendere, seduta su uno dei cassoni dell'anticamera, col viso pallido contro lo sfondo scuro della parete.
Di l, mentre la madre leggeva il biglietto, la bambina trepidava di impazienza e di dubbio. La mamma avrebbe accolto la straniera? O le avrebbe detto di ritornare?
"Dille di entrare".
I pietosi occhi materni si erano come velati per la pena di ci che avevano letto, ma quando la donna apparve, l'inaspettata bellezza di quel volto parve mutare l'espressione di piet in meraviglia, in curiosit, forse in involontaria diffidenza.
Seduta accanto alla scrivania, in piena luce, con le dita contratte sull'orlo del legno lucido, la donna parlava. Aveva incominciato in italiano, quel suo italiano arrotato e pur incantevole, poi aveva proseguito in francese - francese da signora - in cui la parola "travail" pareva alla bambina, rimasta non vista ad ascoltare, il ritornello di una canzone un poco affannosa.
Ella comprendeva quella canzone. Non era la storia di "sans famille" e nemmeno quella di un "bon petit diable", non era nessuna delle storie che i suoi dieci anni avidi divoravano e che non le impedivano di essere una allegra bambina. Era una storia "da grandi", una storia triste, in cui delle lacune si formavano a quando a quando... "istitutrice"... "il marito della signora"... o strane luci si accendevano, luci di bivacco in paesi desolati... "orfana"... "lavorare"... "le porte si chiudono".
La donna chiedeva ma non piangeva: l'unica cosa viva di lei, mobile, animata di sofferenza erano le dita flessibili sull'orlo della scrivania. Ma sul volto il dolore aveva formato come una crosta di gelo che lo rendeva quasi immobile e tanto pi bello.
Questo, era forse il segreto della sua straordinaria bellezza, la parentela con le statue intorno, fissate come lei in gesti di composta desolazione, e quella fraternit con le creature di marmo si accentuava, confrontando col suo il volto gemello della Ninfa fuggente.
Come la Ninfa, la straniera aveva intorno alla bocca il segno dolceamaro delle creature consapevoli e raccontando la sua vita ella aveva di quando in quando uno sguardo obliquo e profondo, come a misurare dietro di s il cammino percorso, a valutare il dolore superato. Non sapeva pi guardare dinanzi a s: solo le mani volevano fuggire e si tendevano, ma il passato pareva trattenerla. Il marchio di una violenza patita era rimasto sulla sua persona che non poteva dimenticare, che istintivamente si volgeva indietro, ancora paurosa dell'agguato.
Perfino i capelli, a matasse sfuggenti, esprimevano nel loro movimento ondoso una volont di fuga.
La mamma aveva ascoltato in silenzio. Ella era infinitamente buona e la bambina non dubitava che la preghiera della giovane donna sarebbe stata ascoltata: "Signora, mi tenga con s. Far l'istitutrice, far la bambinaia, la cameriera, ma non mi mandi via..." Appunto la cameriera si sposava; certo la mamma le avrebbe detto di venire a sostituirla.
Ma la voce della mamma era una voce nuova, grave, che la bambina non conosceva: "Questo non  possibile, signorina. Mi dispiace, ma non  possibile... L'aiuter, le dar l'indirizzo di un Istituto che potr ospitarla. Le cercheremo un posto. Pure non le nascondo che la cosa  molto difficile".
Per la prima volta il cristallo del volto parve incrinarsi in una espressione pi dolorosa: "Ma perch, signora, perch signora?"
E allora, prima della bocca, gli occhi pietosi della mamma parlarono. Compagna di un artista, vissuta in mezzo a cose d'arte, ella era meglio di un'altra in grado di apprezzare il dono straordinario di bellezza, da cui la creatura era stata segnata: la bocca dolceamara, l'ombra viola delle ciglia sul volto perfetto, il naso profilato, la regalit di quella maschera dolorosa e sorprendente come quella di una statua dissepolta.
Chi poteva accoglierla nella sua casa? Lei per la prima non aveva forse due figlioli grandi che era pericoloso mettere accanto a quel volto? Lo aveva detto lei stessa: "Tutte le porte mi si chiudono in faccia". Quel dono di bellezza l'aveva perduta, la perdeva ancora.
Non seppe ammorbidire la verit; pietosa, apparve invece brutale o almeno la bambina, soffrendo, la giudic cos:
"Perch? Ma perch lei  veramente troppo bella."
Non arross di piacere, non protest per ipocrisia. Come si confessa una colpa, come si accetta un difetto, la giovane donna ammise semplice, quasi umile: "Lo so".
Confessava la propria bellezza, senza nessuna vanit, solo come un ostacolo alla vita e al lavoro "Mi hanno detto perfino che non  permesso essere bella cos. Mi hanno fatto capire che non si ha il diritto di vivere, quando si ha un volto come il mio. O almeno, non si ha il diritto di vivere onestamente.  vero, signora?"
La mamma cerc di medicare la ferita che le sue parole avevano esacerbata. Pareva di vederla affannarsi intorno a un malato, con mani fatte leggiere. E poi era ottimista per natura: "Ma no, ma no. Non  poi una cosa irrimediabile. Quando si ha un volto come il suo si pu anche incontrare un brav'uomo che vi sposi. E troveremo un lavoro... Qualche lezione, del cucito. Lei sa cucire, sa stirare, vero? Per carit, la bellezza  un dono di Dio. Non  una colpa, non  un castigo...". Ma la bambina sentiva la voce trasparente suonare falsa in una inutile ricerca di frasi medicate. Le lezioni, il cucito, la stiratura... veramente si poteva offrire solo questo a una creatura che un artista avrebbe adorato, che un uomo avrebbe conteso agli altri uomini, di cui la folla in delirio avrebbe bevuto il volto divino?
La pena che anche la straniera sentisse la voce non sincera, e ne soffrisse, fece tremare nel suo angolo la bambina. Ma la donna non aveva udito che le parole superficialmente buone, non aveva visto che il gesto pietoso che scriveva un indirizzo, che porgeva del denaro. E ringraziava a voce bassa, infilando le dita flessibili nei guanti rammendati.
"La ringrazio, signora. S... s... andr da quelle Suore. Si, torner".
Accompagnata dalla mamma, si avvi a passi lenti, ricomponendo le vesti intorno al flessibile corpo, e prima di uscire diede un'occhiata circolare intorno, mentre un sorriso saturo di rimpianto illuminava il volto chiaro: "Come  bello qui!" Le statue facevano grandi gesti, come per trattenere la sorella che partiva.
Lo sguardo, gemello di quell'altro l in fondo, si pos sulle antiche cose, si scald ancora al rosso delle pareti e delle stoffe, sfior senza penetrarlo l'angolo dove la bambina si era nascosta; non vide la manina che si alzava a farle addio.
La mamma poteva illudersi, ma la bambina sapeva che la Ninfa fuggente non sarebbe tornata pi.
...
La mamma la trov un giorno cos: ritta su uno sgabello contro il piedestallo lucido, col volto accanto al volto disperato della statua. La mano della bambina accarezzava la pena pietrificata. Un raggio pi chiaro illuminava il marmo, animandolo: il profilo sembrava in trasparenza quasi roseo e la illusione di vita e la somiglianza con quell'altra - non pi tornata - era cos perfetta, che la mamma senza chiedere comprese.
Solo la bambina aveva visto ci che l'obliquo sguardo fissava, indietro, dove gli sguardi degli uomini non arrivano. Qualcosa di spaventevole e di triste: fantasma, agguato, minaccia; quel dono doloroso di bellezza che non era, no, un privilegio dato da Dio, ma il marchio crudele di un nemico.


L'OSPITE.
Come gli fosse venuta l'idea di invitare la signorina Giannetta a casa sua, Bonito Cybo non lo seppe mai.
Aveva finito appena la sua decima sigaretta, disteso nella poltrona di cuoio, gambe allungate, occhi perduti nel vuoto, quando la testina lucente della sua collega lo aveva attratto, forse perch pi lucida, quella sera, delle altre sere.
"Passa la domenica in famiglia, signorina Giannetta?"
La Signorina Giannetta si era voltata di colpo, levando insieme le mani dalla tastiera della macchina. E gli occhi e l'arco delle sopracciglia e la bocca, avevano espresso stupore per l'insolita domanda. Persino le mani, ferme e come sospese nel vuoto, parevano esprimere meraviglia:
"In famiglia?" Poi la piccola testa si era chinata sulla tastiera e le mani avevano avuto un gesto di abbandono: "Io non ho una famiglia, Avvocato!"
"Oh pardon!" La parola di scusa pronunciata da quella bocca orgogliosa che Giannetta da anni adorava in silenzio, la parola pi comune che bocca umana possa pronunziare, fu raccolta dal cuore innamorato con delizia riconoscente.
"Vive sola dunque?"
"Sono orfana, vivo in pensione".
"Vuol venire domenica da noi?"
Giannetta ebbe precisa, in quel momento, la sensazione che l'Avvocato Cybo fosse impazzito. Gi quel fatto di vederlo cos, in poltrona per tutta la sera, lui infaticabile, lui sportivo, lui attivissimo; quel sentirsi addosso, forse per la prima volta attenti e scrutatori, gli occhi che tante volte l'avevano sfiorata assenti e indifferenti, le aveva dato un senso di disagio, quasi di timore, che la domanda aveva precisato e tramutato in terrore. Pazzo, doveva essere pazzo. E matto da legare, poi, perch si era alzato dalla poltrona e a lunghi passi ecco veniva verso di lei e s'appoggiava alla scrivania coi pugni chiusi e chiedeva di nuovo, dominandola con tutta la persona alta e ferma e con la voce imperiosa:
"Vuol venire da noi a Murta a passare la sua vacanza?".
Murta. Rivide la valle, il ponte sulla Polcevera attraversato un giorno di primavera, riud la voce di un'amica che diceva: " la villa dell'avvocato Cybo" e riud quell'altra voce, di qualcuno che le accompagnava: "Caspita, che villa!". Poi aveva chiesto, aveva saputo: Cybo viveva l con la nonna e con le sorelline, orfano anche lui, e in quella villa del genovesato, larga, quadrata, affrescata di bei toni caldi, dal tetto di lavagna, dalle finestre a piccoli vetri, ella amava inquadrare l'aristocratica figura del suo inutile amore.
Ma no, l'avvocato Cybo non era matto, perch la voce si raddolc in una richiesta meno imperiosa "Mi scusi, non ho mai pensato che Ella fosse orfana... come me, signorina Giannetta. E visto che  sola, perch non verrebbe a far compagnia alle mie sorelline? Domenica prossima festeggeremo l'ottantesimo compleanno della nonna. Daremo un piccolo ballo: avremo qualche ospite. E Nonna e Vivetta, la conosce Vivetta, vero, la maggiore delle mie sorelle? si farebbero una festa di avere un'ospite nuova."
"Oh, avvocato, potessi crederlo..."
"Ma  cos, creda. La nostra casa  tanto grande che avere ospiti  per noi un vero piacere. E non  giusto che Lei stia sola anche di domenica, dopo aver lavorato cos bene."
La lode imporpor le gote della fanciulla: le mani distratte, un poco tremanti, accarezzarono le carte: il lavoro ch'ella amava, che era tutta la sua vita e che egli aveva lodato.
"Ebbene, verr."
Cybo, silenzioso e soddisfatto, era tornato alla sua poltrona di cuoio e alla sua decima sigaretta.
...
Ora, nel vestibolo della villa di Murta, le sorelline dell'avvocato Cybo aiutavano il fratello negli ultimi preparativi. Quattro paia di manine, da quelle abili di Vivetta a quelle maldestre di Cec, la pi piccola, lavoravano con gioiosa alacrit a preparare festoni e trofei floreali. Le ampie sale, le stanze sonore echeggiavano di voci trillanti e la vecchia governante ansimava correndo su e gi per lo scalone, portordini paziente fra il gruppo delle fanciulle e la poltrona della nonna, che dalla sua camera, invisibile, dominava la situazione.
"Verr davvero la tua signorina, Bonito?"
" bella?"
"Un'avvocatessa! chiss com' seria!"
"Chiss com' vecchia..."
Bonito, sull'ultimo piolo dello scaleo, intento a un trionfo di verde, pareva molto assorto nell'insolita occupazione. Le chiacchiere delle sorelline lo divertivano ma, in fondo, non si sentiva tranquillo. Ancora non era riuscito a decifrare l'enigma: il perch di quell'invito ad una collega che fino alla settimana prima aveva considerato con uno sguardo distratto da uomo a uomo, e a questa inquietudine un'altra si era aggiunta: il timore che l'avvocato Giannetta Mari non fosse all'altezza della situazione, che "stonasse" un poco con quella sua lucida testa di maschietta fra le teste intonse di casa Cybo, che quella sua speciale figuretta di donna nuova, fra le vecchie poltrone, i scrtaires e i mobili laccati, potesse muoversi a disagio, riuscire poco simpatica, forse ridicola.
Aveva fatto una sciocchezza da ragazzo obbedendo a un impulso altruistico e sentimentale. In fondo, che importava a lui se la signorina Mari era orfana e passava la domenica sola in casa di estranei? E, poi... carina com'era... Chiss che non avesse trovato ugualmente compagnia per una gita allegra... E lui era stato uno sciocco...
Una secca martellata sopra un dito lo richiam dai sentieri della maldicenza in cui il malumore lo aveva trascinato. Strapp un gemito a lui e una risata alle monelle di sotto.
"A cosa pensavi, Bonito?". E le otto iridi maliziose e ridenti, identiche e tanto simili alle sue, parevano pungerlo beffarde.
Lo stesso pentimento, la stessa ansia, attanagliavano in quell'ora l'avvocato Giannetta Mari. Nessuna poltrona di cuoio, per riposarvi la snella persona, in quella camera quasi spoglia, quasi maschile nei pochissimi gingilli: molto chiara e molto fredda.
Unico lusso: una coperta di vajo sul letto basso. Unica bizzarria, un'oca di legno, enorme candida e stupita, fermacarte che l'avvocato Mari utilizzava volentieri come porta cappelli. Seduta alla turca su quel vajo, Giannetta Mari, ripassando coscienziosamente le unghie perfette, pareva molto assorta, e una ruga diritta fra ciglio e ciglio denunciava un'inquietudine. Quello che Cybo in quell'ora pensava di lei, ella lo pensava di s stessa. Se al primo momento l'invito l'aveva commossa e poi lusingata, ora la riempiva di sgomento, e la fantasia inquieta accumulava timori su timori, esagerava e sommava difficolt a difficolt. Avvocato, ma donna, il vestito prima di tutto aveva causato la pi molesta inquietudine; non era perfettamente sicura che quel velluto color verde pavone stesse molto bene alla sua carnagione di bruna, e che la sua svelta pettinatura fosse intonata ai patrizi saloni di casa Cybo, come era perfettamente intonata alla scrivania di lucido mogano e al tailleur di tutti i giorni.
E poi... la nonna Cybo, le sorelline Cybo... Quella signora ch'ella sapeva ancora bellissima ed elegante, regina del suo mondo in cui dominava con un fascino non diminuito dagli anni; quelle quattro giovinette che talvolta aveva incontrato in citt, e che aveva intravisto, ridenti nella tiepida scatola di un'automobile di lusso, come l'avrebbero accolta?
Vissuta nella realt di una vita che si era creata da sola; dalla solitudine e dalla povert, ella sapeva i pregiudizi che dividono la donna ricca dalla lavoratrice. Sarebbero bastati la sua intelligenza, il suo intuito, la simpatia che ella sapeva destare in chi l'avvicinava, la stima della posizione che ella aveva raggiunto, sarebbero bastati a superare la barriera, a farla accogliere con cordialit nella casa che si apriva solo agli amici?
Cybo le aveva detto: "Sabato mander la macchina a prenderla. Si prepari per le quattro. Ci aiuter a finire la decorazione. Scommetto che Lei non ha mai decorato una sala?" Ed ella aveva acconsentito, tutta lieta per quella sala che avrebbero decorato insieme.
Se rifiutasse, invece? Se domani, alla venuta della macchina, ella facesse dire all'autista che la signorina Giannetta si sentiva male... o meglio che era partita, chiamata da un telegramma? Si compiacque un minuto, contemplando l'ultima unghia, a immaginare la scenetta: il disappunto di Cybo, le sorelline desolate, la Nonna spiacente, gli ospiti delusi... tutta una tragedia che lusingava la sua vanit.
Ma il vestito di velluto verde pavone, sobriamente ornato di una fibbia di vecchio strass, unico tesoro della sua scatola di gioielli, la richiam alla realt e all'impossibilit di un rifiuto.
La soddisfazione femminea di quell'abito nuovo, la curiosa trepidazione dell'imprevisto, ebbero il sopravvento sul timore. In fondo, era una nuova partita che la vita le offriva, e se il giuoco era rischioso, la posta, un giorno e mezzo in casa di Bonito Cybo, valeva forse il rischio.
...
Alle quattro del sabato, l'automobile puntuale attese la signorina Giannetta.
Ella era pronta da un'ora, chiusa nel mantello correttamente sportivo. Sapeva di essere carina e si sentiva pallida sotto il velo del rossetto, che le faceva le gote impercettibilmente rosate.
Per una vecchia abitudine salut l'oca, infiocchettata di una sgargiante gala verde, che rimaneva sola nella camera fredda. Poi scese le scale rapida, nascondendo sotto una frettolosa disinvoltura di donna moderna, l'imbarazzo pi "vieux jeux" che ella avesse mai provato in vita sua: l'autista la intimidiva.
L'automobile scivolava per le vie battute dalla tramontana e pur piene di gente gioiosa: le mostre illuminate malgrado il giorno ancora chiaro parevano attirare sempre pi folla e folla: poi, dopo Sampierdarena, le vie suburbane sfilarono, ancora scampanellanti di trams, ma pi solitarie, con passanti sempre pi radi.
Calda nel suo mantello, cullata dalle molle della splendida macchina, Giannetta non pensava quasi pi, assopita piano piano in un torpore che era oblioso benessere. Le piaceva quel correre pazzo e pur sicuro, inconscio di ogni pericolo, chiusa fra lucidi cristalli e soffice odoroso cuoio, e quei gingilli di tartaruga a portata di mano, quel flacone d'acqua di Colonia che sapeva di "lui", quelle tre orchidee verde dorate che danzavano fra ciuffi di capelvenere nella fiala sottile, folli danzatrici sopra un ritmo di velocit.
Imboccando la collina di Murta, Villa Cybo le apparve in alto, pi presto di quello che non si aspettasse. Fece appena in tempo a darsi un'occhiata, una spolveratura di cipria, una linea di rosso sulle labbra, ed ecco i cancelli silenziosi girarono sui cardini e la macchina infil il viale, macinandone la ghiaia che apparve, illuminata cos dalle alte finestre dei saloni, bianchissima fra il nero dei cespugli.
...
Bonito Cybo l'aveva accolta con frettolosa cordialit e occupatissimo l'aveva affidata ad una cameriera che per atrio, scalone e corridoi, l'aveva condotta ad una camera, dove i chiari mobili screziati di fiorellini e di volute, arieggiavano nella tonalit bianco-azzurra le maioliche della vecchia Savona. Cos vasta, la camera, del pi squisito barocco genovese, perdeva in grazia leziosa e acquistava in grandiosit e in respiro. Il letto, immenso, posato sopra uno zoccolo che gli dava importanza, non riusciva tuttavia a riempire di s l'ambiente vastissimo, in cui seggiole, tavolini, toeletta, parevano navigare sul lucido specchio del pavimento alla veneziana. Nel vano della finestra, velata di trine ingiallite, una poltrona invitava, ricoperta di vecchia tela di Jouy a disegni amaranto. Ma sugli antichi arredi la luce folgorava, moderna trionfatrice.
" pronta signorina Giannetta?" Ella non si era ancora tolto il cappellino, il mantello e nemmeno i guanti. Era proprio rimasta cos com'era entrata, a girellare per la camera, a provare le molle del letto ed i cuscini della poltrona, a estasiarsi sulla toeletta, dove fiale di vecchio Murano esalavano lentamente vecchie essenze svaporate. Il picchio discretissimo all'uscio l'aveva fatta sobbalzare.
Si tolse di furia mantello, cappello, e con un guanto infilato apr l'uscio; le apparve allora il pi compito Bonito Cybo che ella avesse mai sognato, stringato e pi alto nell'abito da sera, sorriso garbato e inchino correttissimo:
"Non ancora pronta? La Nonna desidera conoscerla..."
"Vengo subito, avvocato. Mi sono distratta a guardare e ammirare."
"Le piace?" Si era avanzato di un passo e dalla soglia vietata aveva girato lo sguardo per la camera:
"Che buon profumo!  il suo?"
"No, sono quelle vecchie fiale. Mi sono divertita a sturarle e ci doveva essere ancora del profumo in una di esse.  bergamotto, sente?"
"Il profumo di mia madre." Non disse: "era la sua camera", ma Giannetta lo intu e gliene fu grata come di un omaggio.
Ma come vide il volto maschile farsi pi gelido, forse nell'ombra di un'improvvisa emozione, lo conged rapida, quasi mandandolo fuori dell'uscio con un riso leggero:
"Mi concede cinque minuti? Sono pronta subito."
"Cinque soli?  sicura di esser pronta fra cinque minuti?"
"Sicurissima."
"Allora fumo una sigaretta e attendo qui."
Spogliandosi, aprendo la valigia, rivestendosi della tunica vellutata, ella udiva il passo maschile di l dell'uscio accompagnarla nella rapidissima acconciatura e quel passo che pur le era caro, la esasperava. Si rammaricava ora di avergli detto di attendere; cinque minuti non erano sufficienti per apparirgli cos come avrebbe voluto. Erano in ordine le mani? Abbastanza profondi gli occhi? Segnate le sopracciglia? Arcuate le labbra? E la svelta guaina di velluto non era troppo semplice?
Lisciandosi stizzita la gi liscia testolina, ella passava al vaglio, in un esame rapidissimo, figura, espressione e ritocco, quel ritocco quasi invisibile e intelligente della donna moderna, indispensabile complemento della sua personalit.
Il risultato dell'esame parve soddisfare, se non lei, l'impaziente cavaliere che dietro all'uscio aveva finito da almeno altri cinque minuti la sua sigaretta. Non era pi lo sguardo da collega a collega, da uomo a uomo, quello che l'aveva accolta quando, inquadrata fra gli stipiti dell'uscio, era apparsa sullo sfondo di luce della camera antica. Limitata dal velluto di un verde intenso e brillante come quello di certi quadri del Veronese, la carne delle braccia e della gola appariva di un bruno opaco e saporoso, simile a quello di certi frutti esotici, e quasi esotica era la linea della testa, decisa, netta, ed intelligente.
Il contrasto fra l'abbigliamento raffinato ed essenzialmente femminile e la sobriet della pettinatura era piccante, Bonito Cybo dovette riconoscerlo. Ambiguo, ma non equivoco, nuovo e un poco "ultra". Pareva ella portasse sulla fronte eretta, con l'orgoglio di un serto, la sua piccola gloria di donna nuova.
"Siamo ancora in ritardo e lei mi ha promesso il suo aiuto, signorina Giannetta. Ma prima passiamo dalla Nonna che desidera salutarla."
Aperse un uscio, attravers un salotto e al di la della portiera una voce dolcissima chiese:
"Sei tu, Bonito?"
"Sono io Nonna. Ti ho portato la signorina Giannetta... Pardon, l'avvocato Giannetta Mari."
"Che avvocato giovane!"
La nonna Cybo era stata biondissima ai suoi tempi; ora, impolverati di cipria, i capelli ancora ricciuti facevano intorno al viso imperiale una splendente aureola. Da anni inferma alle gambe, non lasciava la camera del primo piano se non in rarissime occasioni; una camera pi ampia di quella assegnata a Giannetta, tappezzata di arazzi dall'alto al basso. I mobili di noce antichissimi si allineavano intorno alle preziose pareti e le quattro colonne attortigliate del letto, su cui una corona ducale sormontava lo stemma di casa Cybo, reggevano un baldacchino enorme.
Di fronte alla finestra, un tavolo a lira era coperto di carte, e a quel tavolo donna Olimpia Cybo passava le sue giornate occupata come un uomo, collegata al mondo e alla citt lontana, solo attraverso il filo del telefono.
All'inchino un poco rigido, cos diverso dalla molle riverenza, che l'avvocato Giannetta Mari le aveva fatto, la nonna Cybo aveva risposto con un amabile cenno del capo, e con un sorriso della bocca ancora bellissima. Le belle creature e i visi giovani le piacevano e quella collega di suo nipote che ella s'era degnata di invitare era una nota nuova nella casa antica.
Gran dama, sempre squisitamente abbigliata, apprezz con un'occhiata le scarpe di taglio perfetto, l'abito veramente riuscito, la fibbia di strass, le mani accurate, il giovane e sano pallore della carne ambrata, la linea, l'espressione del viso. La collega di suo nipote era non solo intelligente, ma bella.
Non lo disse, ma i due giovani lo sentirono insieme, e Giannetta rispose pi gioiosa al sorriso della vecchia dama e Bonito si chin a sfiorare con le labbra la mano della nonna, felice senza perch.
"Hai accompagnato la signorina a vedere la Galleria?"
"Non ne abbiamo avuto il tempo, nonna. Ma se permetti, dovrei scendere subito..."
"Vada anche lei, signorina. No, no, io rimango qui. Pranzo sempre sola, ma scender domani sera perch i miei ragazzi mi vogliono con loro. Domattina verr a darmi il buongiorno."
La luce della lampada posata sul tavolo illuminava il suo sorriso di congedo.
"Era bellissima" spiegava Bonito scendendo le scale. "Bella e ancor valida solamente qualche anno fa. Durante la guerra si  prodigata come dama della Croce Rossa, alla sua et. Poi un giorno non si  alzata pi. Ma ecco le mie sorelline."
L'atrio che all'arrivo di Giannetta era semibuio, folgorava ora di luci. Un fonografo balbettava una danza in voga, e una coppia provava un passo nuovo, mentre da un gruppo di giovinetti partivano allegri commenti e battimani discreti.
In quel gruppo le quattro sorelline Cybo si riconoscevano per le treccie biondissime, raccolte sulle orecchie come in una acconciatura bizantina, per la squisita, snella persona, per la carnagione freschissima. Si rassomigliavano tutte e tutte assomigliavano alla nonna.
"Ecco Vivetta, la prima, ecco Ren, la seconda, ecco Olimpia, la terza, e Cec, l'ultima."
Vivetta sola scrut attenta il viso dell'insolita ospite e ne studi un attimo il tipo e l'acconciatura; le altre tre, ancora bambine, tornarono in fretta al gruppo degli adolescenti, cuginetti e amici, e una s'affrett a cambiare disco.
Bisognava preparare il tavolo per i doni destinati alla nonna.
"Nemmeno durante la guerra abbiamo rinunciato alla tradizione di casa nostra. La nonna allora aveva la casa piena di soldati convalescenti e ancor oggi arrivano gli auguri e i doni dei suoi figlioli di guerra. Eccone uno" e mostr all'ospite un pacco involto in una sudicia tela, su cui una mano rozza aveva scritto col lapis copiativo: "Alla signora Olimpia Cybo, Duchessa." "Sono i fichi secchi di Calabria, del sergente Vincente Stilo. Ci crede che se non arrivassero il compleanno per la nonna non sarebbe completo?"
Parlando girava intorno alla sala accomodando qui una scatola, l un mazzo di fiori, cos diverso dall'avvocato Bonito Cybo che Giannetta vedeva tutti i giorni, da farle credere egli non fosse la stessa persona.
Egli intu forse ci che ella pensava perch si ferm nei suoi giri e la guard ridendo:
"Dica la verit, non mi riconosce pi. E se io le dicessi che non riconosco pi in lei la mia collega di studio?"
"Per il vestito?"
"Per tutto, per qualche cosa che non so afferrare e non so definire."
Ella ebbe un impeto di civetteria.
"Meglio o peggio?"
"Dir a tutti che ho sorpreso l'avvocato Giannetta Mari in flagrante delitto di civetteria."
"Sicuro, so anche essere civetta" afferm lei, molto seriamente. "Non lo sono mai perch..."
"Perch?"
"Perch non ho mai trovato nessuno per cui ne valesse la pena."
Mentiva e godeva di mentire, sapendo che egli non la credeva. Il giuoco che aveva arrischiato cominciava a diventare interessante, ora che egli la guardava come ogni uomo guarda la donna che gli piace.
La sua femminile risposta aveva acceso una fiamma negli occhi di lui: "In studio, forse no. Ma qui? Non c' nessuno qui, davvero, col quale varrebbe la pena?"
Ella si volse a guardare il gruppo degli adolescenti; testine lucide come la sua, gote rosate, bocche fresche. Cantavano in coro una canzone newyorchese, battendo convinti i piedi in cadenza. Con un sorriso mormor: "Bambini..."
"Domani arriveranno molti che non sono bambini: chiss l'avvocato Mari non cambi idea?"
Ella fece cenno di no, di no, mutamente, coi denti scintillanti fra le labbra sottolineate di rosso. E quel "no" era pi provocante e promettente di un "s".
...
Febbre. L'indomani, seduta in pigiama alla toeletta del settecento, l'avvocato Giannetta Mari riepilogava cos le impressioni della serata: febbre. Febbre di piacere per gli occhi che l'avevano scoperta donna da poche ore e glielo dicevano carezzevoli; febbre di gioia, comunicatale forse da quella gaiezza di adolescenti che le turbinava intorno.
Alla lunga tavola, nella sala da pranzo, gravemente presieduta da Bonito Cybo, seduta accanto a lui, quella febbre di gioia le era corsa per le vene bruciandole. Irreale le era apparso il suo passato di lavoratrice e di lottatrice. Lontano il mondo consueto dello studio, dov'egli le passava vicino, deferente ma indifferente.
E si era sentita una piccola anima mondana fiorire nuova nel volto nuovo, un'anima leggera spumeggiante come lo champagne che le bambine avevano chiesto, e che una zia "chaperon" aveva permesso.
Poi, finita la cena, era venuta la sera coi suoi gruppi appartati, le coppie lento-danzanti, e Bonito Cybo le aveva chiesto, sommesso, se voleva visitare la Galleria. Perch aveva detto di no? Subito si era pentita del rifiuto, vedendolo tornare freddo e un po' sardonico come lo aveva sempre conosciuto: e tutta la notte, a occhi aperti nel letto immenso, e ancora adesso, il rammarico del rifiuto le amareggiava il cuore. Poteva confessarlo, ora: aveva avuto paura. Paura di lui e pi ancora di s stessa, paura di quell'anima di piccola mondana che le era fiorita cos improvvisa, e della quale non si sentiva padrona. Un oscuro istinto l'aveva avvertita del pericolo, e l'ultimo briciolo rimastole della sua forza vittoriosa le era bastato per un "no" secco, che aveva allontanato Bonito.
Le aveva serbato rancore? Col peso di quel rancore, con quel senso di abbandono, come avrebbe potuto ella passare tutto quel giorno?
Pens come un conforto alla visita alla nonna, alla camera silenziosa dove la sera prima era entrata con lui e dove la gentildonna forse gi l'attendeva, per il saluto mattutino. Forse anche Bonito, fanciullo, correva talvolta alla camera come ad un rifugio, e aveva deposto fra quelle mani patrizie l'adolescente cuore inquieto.
...
Dalla collina di Murta erano scesi al tramonto. I giovanissimi avanti, e dietro a gruppi e a coppie, gli ospiti "grandi", giunti nella mattinata e nelle prime ore del pomeriggio. Il th li attendeva nell'atrio, sopra vassoi posati su tavolinetti cinesi.
Pi tardi, come le altre ospiti, anche Giannetta era salita in camera. Una stanchezza senza nome le attardava il passo, su per i larghi gradini dello scalone.
" stanca, Giannetta?" Fece cenno di no a Bonito che scendeva e continu a salire, ma il giovane, invece di proseguire la discesa, risal con lei lentamente.
"Sono stato dalla nonna,  quasi pronta, tra poco saliremo a prenderla, mio cugino ed io.  contenta come una bambina."
Come la giovane donna non rispondeva, la ferm sul pianerottolo prima che ella potesse entrare in camera
"E lei, Giannetta, non  contenta?" Poi soggiunse, con una nota un po' rauca nella voce: "Ho visto che qualcuno valeva la pena. Mio cugino le ha fatto la corte tutta la sera."
Man mano che egli parlava una gioia luminosa fioriva in lei. Quel rancore non era rancore se bastava il tocco della mano di lui sulla manica per far sparire stanchezza e tristezza. Persino la commedia mondana, alla quale non era abituata, era piacevole accanto a lui. Lontana da lui era pesante come un giuoco istrionico.
Ritrov la sua grazia, il suo spirito, la sua voce cantante, e qualcosa in lui trionf di ritrovarla cos. "Suo cugino  un ragazzo simpatico ed io sono per lui la "Signorina", non l'"avvocato Mari".
"Conosco qualcun'altro per cui lei  la "Signorina."
Ella pos la mano sulla maniglia e si volt:
"Fino a quando?"
La piccola mano venne coperta, chiusa da una mano maschile con una rude carezza.
"Fino a quando vorr io."
...
La Duchessa Cybo aveva voluto tutte le sue perle per assistere al pranzo. Vestita di broccato d'argento, con le spalle coperte da una blonda leggerissima, le mani inanellate posate sui bracciuoli della poltrona, ella apparve cos agli invitati raccolti nell'atrio, sorretta a braccia dai gagliardi nipoti. Confusa nel gruppo degli invitati, Giannetta l'aveva vista scendere, quasi levata in trionfo, e un nodo di commozione l'aveva stretta alla gola. Confusamente ella sentiva che mai pi forse nella sua vita avrebbe assistito ad uno spettacolo pi nobilmente bello.
Intorno alla nonna ora i giovani si adunavano, baciandole la mano, ma parlando la vecchia signora si volgeva ogni poco a Bonito, che l'aveva portata come si porta una bimba. Il volto virile e quello femminile si rispondevano in un sorriso, con una perfetta fusione di sentimenti.
Era cos assorta in loro che la voce del cugino di Bonito la fece sobbalzare.
"Siamo vicini di tavola, signorina Giannetta?"
Ella alz le ciglia con una falsa e riuscitissima espressione di meraviglia: "Perch me lo chiede? Le preme?" e dentro di s rideva, per quella mondana ipocrisia riuscita cos bene.
"Signorina Giannetta..."
Ella si alz parando il complimento.
"Balleremo presto?"
"Le interessa? Lo chiedo a Bonito."
Giannetta lo segu e si trov fra i giovani proprio al momento di passare in sala da pranzo. Lucidissima, ella li vedeva misurarsi inconsciamente rivali, sorriderle amabili, offrirsi a lei cavalieri. Le piacque passare da sola, piccola, fra i due alti adoratori.
La febbre della sera prima era sparita per far posto ad una sofferenza che era forse cosciente delirio. Osservava intorno a s i giovani e gli anziani di quel mondo stilizzato, muoversi con tanta facilit nelle vesti armoniose e severe. Quella nonna bianca e lontana, che alla fine della sua vita ancor dominava a capo tavola, le pareva reggesse veramente nelle mani ingioiellate i fili segreti di tutte quelle eleganti marionette. Osservava e controllava anche s stessa... Ma quando, alzando gli occhi, ella incontrava quelli di Bonito intenti ai suoi, la lucidit si appannava per un soffio gelido e turbinoso che le penetrava nel sangue. Quel buon ragazzone che, accanto a lei, le faceva la corte, vedeva allora le mani irrequiete correre alla collana, giocherellare con le posate, e si illudeva forse che l'irrequietezza fosse provocata dalle sue parole mormorate a mezza voce.
Ella vedeva Cybo, impallidito e geloso, tendere l'orecchio; lo udiva rispondere distratto al chiacchiero della dama che aveva accanto. Ma allo champagne, versato in calici antichissimi tintinnanti come campanelli, ella sfior la mano di lui e incontr due profondissimi occhi che la svuotarono ad un tratto d'ogni senso di vita, lasciandola sbiancata, con le dita fredde serrate intorno allo stelo di cristallo.
Ebbe precisa, in quel momento, la certezza che quegli occhi le avrebbero dato con l'amore il dolore e volle reagire, non rispondere alla loro supplica, ma non seppe altro che sorridere debolmente, con la gola serrata in una morsa dolorosa.
Ora nell'atrio, dove gli invitati sciamavano, un violino tent un accordo, poi, lentissimo e pi forte, pi forte, un coro di voci di fanciulle si alz, domin il bruso, riemp di s la volta immensa, cerc per le sale le coppie appartate dei flirts.
Una malinconia capziosa prendeva il cuore di Giannetta a poco a poco. Rivedeva le sue feste di fanciulla felice, nella casa perduta; i compleanni di studentessa povera nella pensione a buon mercato; e via via le vacanze che avevano segnato come tappe la sua indipendenza: due anni prima nella stessa epoca a Roma, in casa di una amica laureata anch'essa, l'anno avanti a Cannes, in gaia comitiva di amici; oggi qui, ospite della duchessa Olimpia Cybo.
Un'ascesa, non un calvario, ma ella sentiva sulle spalle delicate quasi il peso di una croce.
"Soffre, Giannetta?"
Fece cenno di s, senza parlare, e la mano maschile che serr la sua, fraterna, dissip la malinconia suscitata dal canto, rese pi lieve il peso di quella croce invisibile.
Si lasci guidare con la docilit di una bambina, accomodare un cuscino dietro la testa, accarezzare la fronte, e solo allora si accorse che egli l'aveva condotta nella Galleria.
Per ordine della duchessa l'elettricit non aveva profanato la pinacoteca e la luce vacillante di vere candele illuminava le pareti, dando alle cose intorno e ai dipinti, a intervalli regolari, strane apparenze fantastiche.
"Lei  stanca, signorina Giannetta", diceva la voce fraterna. "Stanca o annoiata? Forse questa festa di famiglia non  divertente per lei?... Ma la nonna dar il segno del ballo:  contenta, Giannetta?"
Cap che bisognava vincersi, nascondersi, riprendere la maschera mondana; mentire a lui soprattutto.
"Non desidero altro, avvocato."
"Addirittura?" chiese Bonito. "Non ci credo." Si era seduto vicino a lei sopra una poltrona, la scrutava attento, ansioso, infelice anche lui di un male che non sapeva. "Ammiro il suo sforzo di ieri e di oggi, Giannetta. Mi chiedo se non sogno e se lei  veramente la mia collega di tutti i giorni e, vede, non so pi se preferisco la Giannetta d'oggi o quella d'ieri." Le aveva preso le mani, le serrava forte, quasi chiedendo a lei una difesa contro la nuova angoscia che l'aveva preso. "Mi piace tanto cos" mormorava piano, quasi confessandosi a lei. "Cos nuova, cos diversa da tutte." Sfiorava con religiosa adorazione la testina che si chinava verso di lui, calamitata da quelle parole. "Cos cara e intelligente e donna. Non mi sveglier, Giannetta? La ritrover sempre cos?" e quasi in ginocchio alzava verso di lei il supplice viso di fanciullo, vinto e assetato di tenerezza.
Ella si era alzata in piedi, e lo dominava tremando. Mai nel suo sogno di disamata, aveva pensato di vederlo un giorno cos, e quell'amore improvviso la sconvolgeva. Si lasciava cullare dalle parole dolcissime, si lasciava carezzare, accecata da una gioia immensa che la terrorizzava.
Le labbra di lui, dalle mani nude, salivano verso i polsi arroventandola.
"I doni! i doni." Il grido gioioso li scosse, li strapp al sogno sognato in due, li riport alla realt e come sempre fu la donna la prima a riprendersi.
"Bisogna andare." Si incammin per la prima, senza volgersi indietro all'uomo solo e smarrito come un fanciullo.
"I doni per la nonna!"
"Bonito, Bonito, i doni!"
Rientr nella vita anche lui.
...
Una ad una si spegnevano le luci. La musica trascinava stanchi ritmi di lentissimo tango. Gi essi si parlavano con malinconia.
Le aveva dato del tu tutta la sera, prepotente ed esigente e quasi un dolce veleno ella aveva bevuto quella tenerezza. Come un morente si concede l'ultima gioia, sapendo di morire, ella beveva dalla bocca di lui una dolcezza senza speranza:
"Vieni,  l'ultimo tango."
Danzavano lenti e soli, sul pavimento impolverato, fra gli sparsi relitti di quella notte di gioia: carte di cioccolatini e scatole vuote, stelle d'argento e nastri rosa e azzurri.
Quel "domani" di cui egli parlava con ardore contenuto, ella gi lo vedeva sorgere livido al di l delle vetrate, coi colori dell'alba invernale. Era un domani scialbo, lontano dai saloni affrescati, dalla camera odorosa di bergamotto, dalla Galleria in penombra, e se l'uomo, assorto nell'egoistica gioia, non vi pensava, ella sentiva con l'alba aumentare la malinconia del distacco.
"Ti accompagno in citt, Giannetta? Non voglio lasciarti andar via sola."
Ella disse di no e lo lasci ai piedi dello scalone:
"Ci rivedremo a Genova, caro" e appoggi la voce sul "caro" come per una carezza.
Nella camera antica, ferma e decisa, ella chiuse nella valigia la veste che l'aveva fatta bella ed amata, la collana, le spoglie del suo trionfo di donna. Baci la mano della nonna che le diceva di ritornare, promise di s, e abbracci le sorelline allineate come bambole Lenci sulla scalinata. Strinse la mano di Bonito che le apriva lo sportello e nella stretta virile ella sent tremare il suo amore troppo giovane e fragile.
...
Danzavano nel vasetto di cristallo non pi le orchidee bruno-dorate, ma due pallide rose, due rose di casa Cybo, simili a quelle che avevano ornato la tavola e che sfiorivano nei vasetti di Murano, lass nella camera bianco-azzurra.
Le tolse delicatamente, le nascose fra le pieghe del mantello, le serr sul cuore.
E la citt le venne incontro con le case serrate, infangate, con i trams affollati, con i caffeucci di sobborgo, tristi e solitari.
Tutta la tristezza della vita le veniva incontro: la sua vita di donna sola, la sua vita di donna lavoratrice, la sua vita di lottatrice che ha conquistato all'uomo un posto.
Bonito ritrov cos l'avvocato Giannetta Mari. Uomo fra uomini, chiusa nel tailleur scuro, pallida, senza rossetto e senza bistro.
Sardonica e assente, dimentica e assorta.
Sulla lucida scrivania le pratiche si accumulavano dopo quei due giorni di assenza.
Non ritrov pi Giannetta.
All'occhiello del tailleur, per una settimana, due piccole rose agonizzarono, pallide e fragili come le sorelline Cybo.


SETTE ROSE.
Poche ore prima di ripartire per il fronte le aveva voluto regalare quel mazzo di rose.
Erano sette rose di un giallo luminoso di croco, pi chiare nel centro e leggermente oscure sull'orlo dei petali: rose eguali fiorivano in un vecchio giardino dove ella aveva giocato bambina, fra ghirlande di lucida edera e steli acuti di gladili quasi azzurri.
Nel crepuscolo di maggio le rose odoravano forte contro il corpo della giovane donna, e uscendo dalla penombra ancora fredda di via Garibaldi alla gaiezza gi estiva di piazza Fontanemarose egli not che le rose e la donna si assomigliavano: lo stesso sangue caldo e rosato correva sotto il raso della pelle, sotto il velluto dei petali.
"Colore d'aurora" osserv galantemente, ma ella rispose con un po' di malinconia: "Color del tramonto".
Erano giovani e belli come una coppia d'innamorati. E forse lo erano senza saperlo.
Ma le parole, gli sguardi che accompagnavano le loro parole, non erano d'amore: compagni di universit, la fraternit dei loro studi comuni aveva levigato ogni rapporto, aveva reso logica e come necessaria la loro amicizia. A lui era parso naturale, passando da Genova in brevissima licenza, di cercarla nella pensione dove ella viveva; a lei era parso semplice, poich egli arrivava dal fronte, di accoglierlo con un abbraccio di trepida sorella. E tutto il giorno si erano fatta buona compagnia, senza nessun visibile impaccio di voce e di gesto.
Egli conosceva male Genova ed ella gliene aveva fatto gli onori di casa, con quella grazia un po' burlesca che metteva in ogni sua parola, quando non voleva farsi accorgere che soffriva o che era troppo felice; senza chiedersene il segreto perch lo aveva portato per le strade che maggiormente amava, su per le crose di mattoni, a curiosare dai muretti nei giardini pnsili e nelle altane fiorite pi dei giardini; gi per "le Fieschine", vigilata dalle cento finestre delle celle altissime.
E in ultimo alla spiaggia, dove il mare sospira di passione.
Per compensarla, egli l'aveva accompagnata in una pasticceria, e aveva osservato tenero e un poco triste quella cerimoniosa golosit di bambina che non vuol fare una cattiva figura.
Forse, era il momento in cui le aveva voluto pi bene.
Perch sapeva che ella non era ricca: che anche su di lei la guerra era passata, portandole via l'unico fratello; per proseguire gli studi ella viveva in una pensione quasi povera. La gaia ed elegante ragazza ch'era stata la sua compagna, era diventata una giovane donna con un vestitino decoroso che tradiva ancora un femmineo desiderio di eleganza.
Allora, la stessa tenerezze che gli aveva suggerito l'offerta dei dolci, lo aveva spinto al dono delle magnifiche rose: un tempo ella amava tanto i fiori! Ed ella lo aveva confessato arrossendo di piacere: " un pezzo che non avevo avuto delle rose cos".
"Cos si ricorder di me finch dureranno" ma gli occhi di lei avevano risposto troppo chiaramente: "Anche dopo".
Ora, contro l'abito semplice e scuro, le sette rose bellissime, color del volto, color del cielo al tramonto, odoravano forte.
La guerra sembrava lontana. E la citt era fervida sotto l'innamorato cielo di maggio.
...
Ma come si sedevano a tavola, nella trattoria quasi deserta di piazza dell'Erbe, la prima rosa si ruppe.
Era la pi accesa e appariscente, quasi d'oro sullo stelo: un gesto incomposto la incontr, la fece oscillare e piegare. La testina fulva penzol ancora sospesa per un filo, poi cedette decapitata. Sulla tovaglia la macchia gialla del fiore scintill, insieme al topazio del vino versato nei calici.
"Una giornata di meno per ricordarmi" rise l'uomo, ma il diniego appassionato lo fece tremare quasi d'amore: "No? dice di no?" La compagna continuava il diniego, scotendo il capo al disopra del topazio vegetale, ed egli raccolse il fiore, lo chiuse nella mano femminile abbandonata sulla tovaglia, vi serr sopra la sua, come un dono o come una conquista.
"La terr egualmente. Voglio che muoia con lei".
Senza parlare la compagna alz la mano, sfiorando lenta la rosa con la bocca.
La seconda rosa mor nel tragitto dalla piazza alla stazione.
Fianco a fianco, nella macchina, senza guardarsi, essi vedevano sfilare la citt che sembrava dormire nelle sue luci azzurre di guerra; insieme riconoscevano i vicoli per i quali al mattino erano passati, fraterni e pur felici come una coppia d'innamorati; la bottega dove egli le aveva comprato le rose, il caff dove erano entrati, la donna povera, addormentata ora, alla quale egli aveva donato qualche soldo.
L'automobile fuggiva macinando ad ogni giro di ruota la felicit delle ore comuni, delle pietre delle case dei giardini visti insieme. Egli partiva; ella rimaneva.
Rivedere, un attimo, nella luce azzurra di un fanale, lo sguardo ch'egli aveva avuto di quando in quando nella giornata, lo sguardo di bont e forse l'amore ch'ella aveva sentito pur attraverso le palpebre chine.
Si pieg verso di lui, verso il duro chiuso amico profilo che l'evitava, che ostinatamente si volgeva fuori. E nella luce fioca dei fanali di via Balbi il profilo si volse chiamato, gli occhi non pi fraterni si abbandonarono, le mani si cercarono, si strinsero appassionate e tristi nel buio.
Dimenticata insieme alle sorelle che scivolarono dalle ginocchia, la seconda rosa schiacciata mor.
La terza rosa egli la volle, al momento di salire in treno: "Ti tolgo un giorno di pi per pensarmi, ma porto via qualcosa che  stato tuo", e perch il ricordo fosse profumato d'amore, la preg piano perch i compagni di viaggio non sentissero, di sfiorarla con la bocca, come la prima che s'era spezzata.
Docile la donna ubbid.
Poi il treno si allontan, uscendo dalla caligine della stazione alla limpida notte di maggio.
E le rose superstiti tremavano nelle mani della donna che tornava sola, con l'anima allucinata e nuova di una schiava amorosa.
La quarta rosa la spicc dallo stelo, indiscreta e curiosa, la padrona della pensione ch'ella incontr per le scale, salendo alla sua camera di studentessa povera.
Andava al cinematografo, chiese alla signorina se si era divertita, se il bel compagno era partito. "Oh, un giovane simpaticissimo", si inform della cena, del vino, e fin per vedere le rose, che abbandonate sfioravano con la testina i gradini della scala.
"Magnifiche, meravigliose!"
Senza chiedere il permesso ne stacc una, le tolse le spine coi denti, e mordicchiandone il gambo scese le scale, dimenticandosi di ringraziare, con un'aria di vecchia Carmen equivoca.
La quinta rosa, forse la pi tenera, durante la notte non resse al pianto della donna innamorata.
Ascolt nel silenzio quel singhiozzare soffocato contro il guanciale, quel nome ripetuto, quell'inutile chiamare. Forse pianse anche lei.
E inaridendosi il pianto sulle guance della addormentata, chin anch'ella il piccolo capo, stanchissima e inaridita.
Due rose rimanevano: "Due giorni" avrebbe detto l'amico. Erano le pi piccole, fresche, quasi gemelle, veramente colore d'aurora. Cos giovani sarebbero durate a lungo.
Ma la maggiore si sfogli lenta, invece, dinanzi al ritratto dell'amore lontano.
I petali cadevano intatti, gonfi e rotondi come conchiglie, cos belli ch'ella non os farli morire fra le pagine delle "sue" lettere, come avrebbe voluto. Sarebbero avvizziti, si sarebbero accartocciati da soli, come ali di farfalle cadute.
Ma era il giorno della pulizia e la servetta della pensione pens di preparare alla signorina la sorpresa di una camera lucente come un gioiello. Quella rosa sfogliata sul tavolino non stava bene: ne spazz via le foglie secche, i petali increspati: e si chin a raccogliere l'ultimo, che il vento aveva fatto volar via.
Ultima rimase la pi piccola delle sette rose, la pi giovane delle bellissime che avevano odorato cos forte nella fervida sera di maggio.
Bottone, come era il primo giorno, divent una rosa adolescente, poi una rosa donna, turgida nei suoi petali di croco. Ella contava i giorni di quella vita vegetale, non paurosa che l'amore suo durasse solo quello spazio di tempo, ma certa che, viva ancora una rosa, il ricordo, l'amore di lui la cercassero ancora.
Bagnato di acqua freschissima, vigilato come una creatura, il fiore era cos bello che sembrava non potesse morire mai.
Poi venne la lettera di un altro compagno: "Cara signorina, sapendo i1 suo affetto per il nostro caro amico, immagino il Suo dolore...".
E la settima rosa mor.
...
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...
FINE.